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Culture

Filantropia e imprese, vi spiego come vincere la scommessa. Parla Zanotti (Golinelli)

“La figura delle fondazioni andrebbe rivisitata, in prospettiva dovrebbero essere gestite come delle imprese”

FONDAZIONE GOLINELLI
FONDAZIONE GOLINELLI

In questa intervista a L’Argomento, parla Andrea Zanotti, presidente della Fondazione Golinelli, oggi in Italia, unico esempio di fondazione filantropica privata, ispirata ai modelli anglosassoni e pienamente operativa. Si occupa di educazione, formazione, ricerca, innovazione, impresa e cultura, con l’obiettivo di offrire a tutti strumenti sempre aggiornati per comprendere il futuro, favorendo crescita culturale e consapevolezza.

Dall’opificio al G-factor: come si diventa acceleratori per le imprese?

Per noi è stato uno sviluppo naturale, perché essendoci occupati per molti anni di formazione, con l’opificio abbiamo a che fare con circa 100mila ragazzi l’anno. Abbiamo, quindi, sentito l’esigenza di costruire una filiera che comprendesse la formazione fin dall’età scolare (e in alcuni casi pre-scolare) per arrivare fino alla produzione. La creatività che si alimenta nel corso degli anni e che si sviluppa attraverso la passione per la ricerca, alla fine si trasforma in prodotto. L’incubatore e generatore d’impresa è stato un tassello per completare il mosaico, l’ultimo anello di collegamento verso il mondo della produzione.

Così si combatte anche la lentezza del sistema Italia legato alla burocrazia?

Certamente sì, ma soprattutto mi preme sottolineare l’accorciamento dei tempi, non solamente burocratici, ma sociali e concettuali. Noi veniamo da società che sono tradizionalmente molto segmentate: la scuola dove si impara, l’università e i luoghi dove si fanno ricerca, luoghi dove si sperimenta e si prototipa, infine il luogo della produzione che è l’industria. Questa impostazione, per certi versi fordiana, è oggi insufficiente a tenere i ritmi e le velocità. I ragazzi devono imparare già, nei momenti in cui ricercano e studiano, cosa vuol dire mettere le mani nelle cose: opificio deriva dal latino opus facere che vuol dire ‘mettere le mani’, ‘mettersi ad opera’.

Un esempio concreto?

Nel 2019,  in una grande mostra che si chiamava U.MANO (sospesa poi a causa della pandemia), i nostri ragazzi hanno ricostruito virtualmente (nelle dimensioni di 12×7 m), ‘La battaglia di Anghiari’, grande capolavoro di Leonardo Da Vinci. L’affresco originario è stato ‘risucchiato’ dal muro, perché clamorosamente Leonardo aveva sbagliato i calcoli delle acidità ed è andato perduto; ne restano solamente alcune parti reperibili in rete (i cartoni di Rembrandt) e le descrizioni che ne aveva fatto Vasari. I ragazzi hanno ricostruito il dipinto partendo dai dati disponibili, ma nel frattempo hanno anche capito chi era Leonardo da Vinci, il valore della sua opera ed hanno anche compreso che ‘un genio può sbagliare’.

E’ un po’ questa la nostra filosofia e per un ragazzo che viene a fare formazione avere un incubatore d’impresa disponibile è una fonte di conoscenza e di crescita. Proprio l’integrazione di tutti questi aspetti favorisce la velocità e diventa di necessità innovazione. Non si tratta solo di fare cose utili e fruibili, ma anche cose belle, una via molto italiana alla produzione che va recuperata: prodotti che funzionano, ma che sono anche belli e per cui il mercato c’è sicuramente.

La filantropia è ancora la base dove costruire una società virtuosa?

La filantropia in Italia risente di un’impostazione giuridica molto datata. Le fondazioni fin qui hanno risentito troppo della grande immobilizzazione patrimoniale che le caratterizza, i cui frutti servono solo per borse di studio o per iniziative ed eventi culturali e sociali. Questa impostazione rischia di essere una montagna che partorisce un topolino. La figura delle fondazioni andrebbe rivisitata, in prospettiva dovrebbero essere gestite come delle imprese. Facendo i conti, il grande capitale immobilizzato, dal punto di vista della logica filantropica, crea una sproporzione enorme: patrimoni di miliardi congelati per dare solamente un po’ di borse di studio. L’unica differenza che deve rimanere rispetto ad un’impresa è che la fondazione non divide utili, ma reinveste i propri guadagni, se è stata brava e secondo quanto previsto nella sua attività statutaria.

Come si lega alla stagione del Pnrr?

Il legame è sia verticale che orizzontale. In verticale, attraverso i tanti fondi legati alla digitalizzazione, con progetti d’impresa che vadano in questa direzione. In orizzontale, in senso infrastrutturale. Però il passaggio forte rimane il fatto che il capitale privato, che in Italia è enorme, anche dedicato alla filantropia, va messo in circolazione, non va congelato o immobilizzato. Il Pnrr potrebbe essere una grande occasione da questo punto di vista, per fare anche questo tipo di passaggio, altrimenti diventa un’occasione perduta. Perché se non è questo, diventa mera contribuzione.

Quali le maggiori difficoltà che realtà come la vostra incontrano?

Da un lato c’è una difficoltà oggettiva e complessiva data dalla situazione che viviamo e dalla pandemia. Per noi è stato un grosso problema il non poter lavorare in presenza con i ragazzi. Abbiamo capito che le tecnologie della comunicazione sono ampiamente insufficienti ed occorre crearne di più avvolgenti. Noi, ad esempio, stiamo cercando di ricostruire in 3D un laboratorio vero, con gli stessi macchinari che i ragazzi usano in fondazione, in modo da poterlo utilizzare all’occorrenza anche da casa, in maniera immersiva. D’altra parte, risentiamo della crisi e dei problemi che la guerra ha ampliato, ma che erano già evidenti anche prima.

Il terzo settore privato avrebbe bisogno di essere smobilitato, facilitato negli investimenti e defiscalizzato dal punto di vista delle donazioni. Al momento, su una donazione si applica la tassazione sia per il donante, sia per chi riceve la donazione. Rispetto al mondo anglosassone e in parte a quello tedesco, questo è il passaggio da fare: comprendere che il privato costituisce un motore vero e una sussidiarietà importante, non è solo l’orpello di qualche illuminato. L’ipotesi ultima, molto suggestiva, è capire se una fondazione possa diventare una realtà di azionariato diffuso. Nel nostro caso, l’incubatore è già un pezzetto di questa suggestione, una passo verso una gestione più assimilabile a quella di un’impresa.

@L_Argomento

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