Famiglie e Imprese rinchiuse? Il Paese rischia il tracollo

Famiglie e Imprese rinchiuse? Il Paese rischia il tracollo

Analisi predittiva e valutazione dei trend nell’intervista che L’Argomento ha fatto al prof. Mauro Alvisi

Tempo di lettura stimato 11 minuti

Famiglie e Imprese rinchiuse? Il Paese rischia il tracollo
PIL, Famiglie e Imprese in Italia sono assi portanti del Paese che la Pandemia e la sua lunga gestione stanno indebolendo?

I grafici raccontano, senza possibilità di vacui contrasti, che il PIL italiano possiede una precisa georeferenzialità che, se osservata nella stringa temporale  dell’ultimo decennio coincide percentualmente nella misura del 65% con le regioni più colpite dalla pandemia ancora in atto.
Aree strategiche della potente macchina economica e imprenditoriale del paese come Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Lazio e Toscana sono state del tutto azzerate da un giorno all’altro, fortemente ferite, alcune a morte, dall’evento mortale dal punto di vista sanitario ma non meno letale sotto gli aspetti socio-economici e produttivi.
l lockdown ha congelato e annullato per quattrocento e più  giorni (e ancora non s’intravede una vera uscita dal tunnel) anche la sola prospettiva a breve e medio periodo dell’idea del fare impresa, fatturare, produrre beni da cui ricavare profitti distribuibili.
Ha depresso ogni orizzonte della domanda e dell’offerta di mercato generando una montagna di accumulati oneri economici e finanziari per le PMI, che a smentita di paventati interventi con “potenza di fuoco” peraltro mai pervenuti ai destinatari, in totale assenza di un efficace piano di sostegno e aiuto economico al cardine trainante della struttura contributiva del Paese che le PMI italiane incarnano pienamente, porta in queste ore l’intero socio-sistema italiano ad un passo da un profondo baratro tombale.
Una depressione inimmaginabile del PIL generata da questo” cigno nero “del virus e fortemente aggravata da una sorta di devianza istituzionale, assolutamente suicida, dal vero asset strategico delle entrate fiscali e della bilancia dei pagamenti con l’estero: l’economia a motore prevalentemente familiare e cooperante delle PMI.
Umiliare e deprimere la fonte principale delle entrate nelle casse dello stato, la competitività e lo spirito imprenditoriale di migliaia di PMI italiane che racchiudono la quintessenza dell’eccellenza del Made in Italy che il mondo ci invidia sottrae ogni giorno, come derivata di una scelta scellerata, la vera sostanza contributiva che una fiscalità ormai insopportabile pur assicurava nel gettito fiscale al Paese.
Questo genera un effetto domino, uno tsunami finanziario che di fatto rischia di ridurre ogni provvedimento finanziario e patto di stabilità a una pura chimera di meri intenti.
Si è messo il carro davanti ai buoi e quei buoi, ora impossibilitati al pascolo, non potranno più trainare il carro e nelle casse dello stato, questo immediato e duraturo deficit d’entrate generato da una incipiente e perdurante (hic stantibus rebus) mortalità delle PMI aggravata, come vedremo in seguito, da una inconsistente e quasi azzerata nuova natalità, avrà conseguenze drammatiche nel trovare le coperture finanziarie a quanto già deliberato nelle intenzioni di tamponamento della situazione, non potendo garantire né il rispetto degli impegni assunti né il rilancio di un’economia di guerra che richiede ben altro.
I grafici ci narrano bene una volta per tutte come in Italia sia l’istituto della famiglia, in particolar modo di quella imprenditrice e/o lavoratrice nel tessuto economico primario delle PMI, di recente vilipeso e messo alla gogna da decisioni politiche destabilizzanti, illiberali, anacronistiche e antistoriche il vero volano del prodotto interno lordo e di molti altri indicatori di competitività e benessere collettivo.


Quindi in assenza del binomio virtuoso famiglia-impresa non può esservi alcuna ripresa del Sistema Italia ?

Ci sono stringhe numeriche indiscutibili che si fermano ben prima dell’avvento nefasto della pandemia. Rendono chiaro lo scenario successivo, ora in piena azione.
Lo sforzo di risalita del PIL che è stato caricato sulle spalle della famiglia e della piccola impresa per quasi 20 anni, dopo il crollo della bolla dei titoli spazzatura, che ha avuto il suo culmine nel 2008/2009 il PIL ha tentato un rimbalzo all’inizio del decennio 2010/2020 per poi continuare la sua corsa verso il basso nel 2011/2014.
Il Grafico sotto mostra inequivocabilmente l’effetto traino delle famiglie e delle PMI nel contributo portato alla lenta risalita del PIL. Il meccanismo ci dice che il PIL cresce in modo direttamente proporzionale alla ricchezza prodotta da famiglia e PMI che contribuiscono, nella curva più lenta all’aumento decisivo del PIL pro capite.
Quindi PMI e famiglie italiane sono il motore di ogni ripresa della capacità produttiva e competitiva e, di contraltare, le prime due dimensioni ad entrare in collasso economico in caso di una grave crisi o di una depressione come questa, di dimensioni planetarie dell’offerta e della domanda economica.


La Pandemia ha prodotto uno shock economico non inferiore a quello sanitario. Cosa può dirci in merito alle conseguenze ?

Lo shock economico è lo scenario che viviamo ed è talmente profondo e durevole da rendere inadeguati e improvvidi molti dei provvedimenti governativi assunti.
Non si è assicurata la restituzione materiale delle perdite economiche e dei mancati ricavi, causati dalla totale chiusura delle attività produttive e commerciali, non si sono di fatto stoppate le scadenze della fiscalità aziendale, non si è provveduto ad un necessario pacchetto di sostegno a fondo perduto delle PMI italiane e a innestare pronta liquidità d’emergenza nei nuclei familiari, specie in quelli capaci di produrre PIL, sia come datori o risorse umane delle PMI.
La depressione ha così toccato la domanda esterna (commerci con l’estero) la domanda interna (il fronte del consumo nazionale) e l’offerta produttiva. Appare chiaro in ogni modo che senza rianimare le due domande di mercato la produzione non potrà riprendersi dalla crisi pandemica e l’intero apparato delle entrate statali collasserà a breve periodo.


Le misure fino ad ora adottate sono una valida cura ?

Non si guarisce da un calo epocale del PIL a due cifre con deboli misure provvisorie di tamponamento e mal indirizzate. Proprio il senso di una imbarazzante provvisorietà, condita da una confusionaria serie di decreti di chiusura e sparate pubblicitarie di miliardi erogati come fossero noccioline e pop corn al cinema lasciano l’amaro in bocca e lo sbigottimento ai piccoli medi imprenditori italiani e alle loro tante proprie famiglie o famiglie in carico di reddito e contributi come datori di lavoro.
Ormai è chiaro ai più che a livello governativo e delle più alte cariche dello stato si è adottata una navigazione a vista e sotto costa. Ove servirebbe coraggio istituzionale da statisti si cade invece nell’indecisione e in pseudo soluzioni rabberciate da statali.
Tante le decisioni improvvide assunte e sbandierate ai quattro venti come la panacea di tutti i mali.
Da quelle comunitarie a Bruxelles che in realtà sono governate da un’ostile veto delle nazioni nordiche e scandinave, e dall’asse delle decisioni concertate intra muros tra Berlino e Parigi. In ogni vicenda recentemente affrontata dalle istituzioni di questa legislatura l’economia e le PMI occupano il gradino più basso.
Più basso di 600.000 immigrati clandestini da regolarizzare, più basso delle centinaia di mafiosi indebitamente scarcerati, degli oltre 100 ‘ndranghetisti destinatari di un incredibile reddito di cittadinanza, di una ragazza ostaggio riscattata con milioni di dollari e tornata a casa con una campagna mediatica pro islam. Nel gradino più basso ci sono, neanche a farlo apposta i creatori della ricchezza e della eccellente reputazione italiana nel mondo, ovvero le PMI del Made in Italy, e il futuro del Paese rappresentato dalle generazioni di bambini, adolescenti e giovani, segregati in casa e allontanati da scuole e università.
Coloro i quali dovrebbero essere i primi nel pensiero di uno stato sono stati declassati e umiliati nello scantinato di una Repubblica, ad un passo da un genocidio allargato delle migliori energie del Paese.


Le aree Metropolitane del Paese, la sua capitale Roma e quella economica Milano risentiranno nei prossimi 5-10 anni dell’effetto pandemia ?

In Italia nelle 14 città metropolitane vive e lavora oltre un terzo della popolazione italiana. Sono di fatto l’ambito urbano più effervescente in termini socio-economici, anche i maggiori insediamenti urbani del Paese. Caratterizzate da movimenti demografici rilevanti anche dal punto di vista della mobilità di prossimità, interna al proprio territorio.
Dal 2015 al primo trimestre del 2019, i cittadini residenti sono cresciuti nelle Città metropolitane di Milano, Bologna, Firenze e Roma mentre nelle altre si è registrato un calo, in linea con l’andamento nazionale. Il ruolo guida del socio sistema e dell’ecosistema italiano della città capoluogo è evidente sia in positivo sia in 
negativo nelle variazioni osservate durante il periodo considerato.
Le economie della capitale e di alcune città metropolitane del Nord Ovest e del Nord Est italiano 
(Milano Torino, Genova, Bologna) hanno subito e subiranno nel breve e medio periodo un colpo durissimo.
Non solo dal punto di vista della capacità produttiva e 
competitiva, messa in ginocchio dal Coronavirus, ma anche del deficit di reputazione venutosi a creare per effetto d’una infodemia mediatica mondiale alla quale sono oggi esposte.  Con una forte e misurabile perdita di attrattività internazionale.


E cosa accadrà ai Sistemi Locali (SL) delle piccole città italiane che spesso ospitano i distretti industriali ?

I sistemi urbani pluri-specializzati, rispetto a quelli mono-direzionati per distretto produttivo, registrano le migliori performance demografiche, e un processo di invecchiamento della popolazione comparativamente meno rilevante. Questo è un fattore strategico di grande peso e che in un sol colpo mette a soqquadro le ormai deboli difese del vantaggio competitivo difendibile dei distretti industriali mentre lancia decisamente le reti integrate di filiera della produzione di beni e servizi, magari ben supportate dall’architrave della ricerca e dell’innovazione per via scientifica e universitaria.
Si segnalano in particolare i SL del Nord: Rimini, Trento, Pavia e Bolzano che registrano tassi 
di crescita medi annui superiori al 4 per mille. Una parola importante va spesa per quelli che potremmo definire i Sistemi Locali dell’Eccellenza dove nasce il Made in Italy del sistema moda e dell’agroalimentare.
Le migliori performance demografiche sono registrate dai SL della petrolchimica e della farmaceutica, in maggioranza
caratterizzati da una crescita della popolazione residente (+ 41 mila residenti il saldo) e da un aumento modesto dell’indice di vecchiaia. Occorrerà osservare con attenzione quali effetti diretti e collaterali la pandemia produrrà in questi SL, tra i quali quelli più colpiti sanitariamente ed economicamente sono senz’altro quelli di Bergamo, Brescia, Lodi, Venezia, Padova, Rimini, Pavia, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Varese.
Potrebbe manifestarsi una prospettiva post pandemica di rilancio e promozione 
inedita delle economie di alcuni SL del meridione italiano che sono stati probi e risparmiati. In ogni caso le PMI insediate in questi SL versano in una situazione attuale di drammatica emergenza di vita.


Cosa possiamo imparare come lezione macroscopica di economia da questa crisi pandemica ?

Questa esperienza ci lascia una serie di insegnamenti cardinali. Uno di questi è senza dubbio quello che il Paese non può più attendere una diversa ed equilibrata redistribuzione degli assetti produttivi in ambito territoriale. Non saremo mai davvero di nuovo una potenza mondiale se non avremo messo mano ai radicali imprescindibili dello sviluppo nazionale.
L’ora di un’Italia a diverse, drammaticamente distanti velocità di crescita, innovazione, benessere, sviluppo e opportunità di 
reddito deve terminare per sempre.
Dopo l’emergenza del Corona Virus, con il quale forse dovremmo convivere anche nell’immediato futuro, risulta chiaro che non esiste 
più la cd “questione meridionale” ma esiste un rilancio nazionale che può e deve ripartire, e mai come ora è cruciale, dal sud della nazione.
Per farlo occorrono decisioni 
pronte, abbattimento dei livelli burocratici con cui il malaffare campa da sempre, investimenti veri, un abbattimento drastico della pressione fiscale e una capacità di fare sistema, risolvendo le emergenze primarie e promuovendo, aiutandole in ogni modo ad emergere, le sacche di eccellenze spesso trascurate.


Il  Mezzogiorno italiano esce ancora più vessato da questa enorme crisi o vi sono speranze in controtendenza ?

Il corona virus sembrerebbe quasi dotato di un’intelligenza selettiva diabolica. Ha colpito maggiormente la vera locomotiva dell’intero convoglio dell’economia e dell’impresa italiana, il Nord Ovest e il Nord Est motore industriale e le sue tante PMI d’eccellenza. Ha vessato e sta falcidiando le eccellenze territoriali con i più elevati  punteggi dei domini di contesto e di outcome: Milano in testa a tutti e a seguire l’intera Lombardia, il Piemonte, la Liguria, Il basso Veneto, l’Emilia Romagna, parte della Toscana e le Marche ovvero il cuore del Made in Italy italiano nel mondo.
Le aree strategiche e fondative delle PMI italiane sono nel contingente e nello scenario futuro
dei prossimi 18-36 mesi prossime al collasso economico, alla chiusura.
E così oggi le terre eccellenti dei domini di contesto come la Qualità dei servizi, la Ricerca,
l’Innovazione e la Creatività e quelle dei domini primari di outcome come il Benessere Economico, l’istruzione e la formazione, il lavoro e la salute oggi al Nord del Paese sono a Ground Zero.
Al Centro e al Sud del Paese vi è un inaspettato e sciagurato vantaggio da cui ripartire, quello di esserne usciti in sostanza quasi indenni. S’aprono nuovi scenari di vita per città simbolo come Firenze, Napoli, Bari, Palermo, Catania. Un’ipotesi suggestiva e reale.


La grande tragedia sanitaria e i lockdown stanno prefigurando un nuovo mondo Phygital (Phisical+Digital) del socio-sistema in Italia ?

In una lettura larga delle informazioni, le PMI italiane con dieci o più addetti sono in una posizione più avanzata rispetto alla media dei paesi Ue nell’uso degli strumenti di gestione dei flussi informativi interni all’impresa (Enterprise Resource Planning – ERP: 37% delle imprese contro il 34%), ma in ritardo nella diffusione dell’uso del Cloud computing (il 9 contro il 18%), dell’analisi dei dati (“Big data”, il 7 contro il 12%) e dei Social media nell’interazione con i consumatori.
Pure sotto la media è la 
quota di imprese che vende i propri prodotti attraverso i canali di commercio elettronico (soprattutto se si considerano le PMI), anche se negli anni 2015-2018 è quasi raddoppiata. Il distacco si accorcia se anziché la diffusione tra le imprese si considera la quota di fatturato realizzato attraverso questo canale.
Come a dire che le PMI 
italiane non sono affatto avulse dal contesto della digitalizzazione e dell’economia 4.0, a livello continentale, ma ne colgono solo la dimensione dell’organizzazione interna delle procedure organizzative della produzione senza affacciarsi decisamente all’universo dell’analisi di dati e scenari di mercato, dell’interazione sociale con i consumatori sempre più prosumer attivi e interattivi o come ci piace definirli consum-attori.
La pandemia ha prepotentemente rilanciato tutte le attività digitali e a distanza.
L’occasione d’aderire a piattaforme di filiera digitale per l’e Commerce BtoB e BtoC è oggi imperdibile.L’economia digitale 4.0 è da intendersi come il vero asset strategico dei prossimi mesi e dei prossimi anni.
Le PMI italiane possono usare una larga messe di strumenti 
on line based per risalire la china delle vendite e della distribuzione dei loro prodotti/servizi, nel mercato interno locale/nazionale e nel Marketplace estero. Nessuna regione e nessuna categoria imprenditoriale è aprioristicamente esclusa da questa chance.


Cinema, teatri,  musei e luoghi di cultura e sport chiusi o senza pubblico, piste da sci mai così innevate e chiuse, località turistiche deserte e senza turisti. Rischiamo di perdere il vero motore storico della nostra nazione?

La storia e i dati macro e micro economici degli ultimi vent’anni hanno ampiamente dimostrato che con la cultura si può mangiare e mangiar bene, contribuendo ad elevare la reputazione del sistema Paese, che allo stato dell’arte è la nuova moneta mondiale da spendere nell’economia della fiducia che tutto regge.
Partiamo dalla fine. Ora la contribuzione al PIL e al valore aggiunto nazionale del turismo italiano è fortemente minacciata e sotto inaudito attacco reputazionale dei competitor e la prolungata inattività, in mancanza di adeguate e pronte risposte e interventi rischia di condurre al baratro.
Con il destabilizzante flusso di 
notiziabilità disforica internazionale che riguarda l’Italia, giungendo perfino ad espliciti e ingiustificabili inviti a non recarvisi (quando non si tratti di veti), le PMI del turismo, del settore ristorativo e dell’indotto ricreativo e culturale si trovano sotto uno scacco difficile da parare, ove non si avvii una forte campagna di riscatto reputazionale, di forte comunicazione e di sostegno economico diffuso e tempestivo.i strutturali e di sostegno, rischia di portare al fallimento a breve migliaia di PMI.
Sono poi di assoluta 
rilevanza numerica e qualitativa le maestranze, i professionisti, le PMI dei servizi, le compagnie teatrali, le PMI dell’industria cinematografica e le compagini dello sport che compongono il mondo dello spettacolo e delle rappresentazioni sportive, teatrali, cinematografiche e culturali in Italia.
Come è facilmente riscontrabile questa 
economia dell’entertainment ha i suoi baricentri e sistemi di produzione locale prevalentemente collocati al Centro Nord-Proprio in quei siti e quelle aree dove più intenso e letale si è dimostrato il contagio e il numero dei decessi e dove da mesi ogni rappresentazione è sospesa, senza eccezioni di sorta, andando a deprimere persino lo show business del calcio, sport nazionale con indotti di filiera economica, territoriale e mediatica di primaria importanza economica e sportiva. I lavoratori dello spettacolo, gli artisti e gli artigiani del cinema e del teatro, già stressati e messi a dura prova da un regime della domanda spesso insufficiente a pareggiare i costi d’esercizio delle tante piccole e medie compagnie, piccole e medie case di produzione, vera linfa vitale dell’offerta diffusa di divertimento, cultura e arte diffusa del Paese, in piena pandemia, rischiano seriamente la inevitabile scomparsa di scena.
Non è in gioco il solo rischio economico e lavorativo, questa crisi tocca nelle sue nervature identitarie 
più profonde e storiche, la stessa sopravvivenza di tradizioni secolari dell’offerta e della domanda culturale che fa dell’Italia il Patrimonio artistico e Conservativo più importante del pianeta. Incide profondamente su quell’asset del turismo, sull’incoming internazionale di presenze che sono spinte dal desiderio di eternare in una visita, in un soggiorno le emozioni che solo la storia dell’arte, gli scavi archeologici, gli infiniti reperti museali, il canovaccio mondiale della commedia dell’arte, rappresentato in teatri universali e anfiteatri millenari, le rassegne mondiali della celluloide (Venezia, Roma, Giffoni, David di Donatello) di un cinema italiano che con fatica in questi anni ha saputo trovare nuove motivazioni e una generazione di interpreti che danno lustro a quest’arte dei sogni nel mondo. Una crisi che ha confinato in casa intere generazioni di bambini, adolescenti e giovani che hanno interrotto ogni pratica formativa, ludica e sportiva consegnandosi a prevedibili disturbi dell’attività psico motoria e della crescita, ma ha privato anche milioni di telespettatori della gioia compensativa dell’appartenenza e dell’emulazione che lo spettacolo e lo sport prima garantivano.


Conclusioni analitiche e manovre derivanti dallo studio

Purtroppo il peggio di questa crisi biblica è in arrivo nei prossimi mesi del 2021, quando l’effetto economico negativo del Covid si farà sentire con maggiore intensità.
Tre PMI su quattro in Italia hanno subito crolli ingentissimi del fatturato per l’emergenza Coronavirus.Allo stato dell’arte la domanda di consumo degli italiani è crollata mediamente dal 50 al 60% producendo un gravissimo danno contingente all’economia e alle PMI col rischio diventino permanenti, in assenza di soluzioni immediate e adottate più che promesse. Serve un progetto sistemico di rifondazione strategica complessiva e multi-settoriale del Paese e del suo motore industriale e turistico culturale.
Occorre bruscamente invertire la rotta, cambiare lo scenario dei fenomeni e degli effetti collaterali cogenti.
Oggi tutto questo non s’intravede all’orizzonte la gente alza la 
voce e va montando una protesta difficilmente contenibile. Una voce razionalmente suffragata da analisi, numeri e fatti inconfutabili. I fattori critici di successo di scenari che qui elenchiamo : 

Sintesi degli scenari venutisi a creare con il Covid e criticità da monitorare

  1. Depressione del PIL e perdita competitività Made in Italy in tutti i settori (Turismo/Servizi in primis)
  2. Mortalità elevata PMI contro curva natalità inesistente
  3. PIL dipendente da traino PMI e famiglie
  4. Misure adottate inefficaci, inefficienti e soprattutto non pervenute alle PMI
  5. Il Covid, a breve, solo una delle tante emergenze (es: rischio sismico, collasso della rete viaria etc.)
  6. La crisi incipiente dell’economia metropolitana
  7. La possibile rinascita delle tipicità dei Sistemi Locali e delle aree interne (borghi, arti e mestieri)
  8. Le eccellenze trascurate dell’agricoltura biologica
  9. Digital Economy: il futuro
  10. Il vantaggio enorme di tempo e risposta regalato ai nostri competitor europei e mondiali

Famiglie e Imprese rinchiuse? Il Paese rischia il tracollo

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