Elogio della vita contro la condanna della solitudine

Elogio della vita contro la condanna della solitudine

L’episodio di delazione di cui è stato protagonista Alessandro Gassmann è innaturale: l’uomo è un animale sociale

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Elogio della vita contro la condanna della solitudine
Una valanga di reazioni ha sommerso Alessandro Gassmann, delatore al tempo del covid, dopo che lui stesso si è vantato via Twitter di aver denunciato il vicino, reo di aver tenuto in casa un “party con decine di ragazzi”.

“Come la Stasi” è stato uno dei commenti più teneri contro l’attore ed a farlo è stato il cantante Enrico Ruggeri. È stato un susseguirsi di insulti e minacce, ma anche di approvazione e sostegno alla tesi dell’attore romano, tra questi il giudice Davigo che ha colto l’occasione per esaltare la funzione dei delatori; altri ancora hanno evidenziato l’obbligo di denuncia degli assembramenti, sia solo senso civico nel rispetto delle regole.

Al di là di ogni altra considerazione, c’è un aspetto da mettere in evidenza, partendo dalla considerazione iniziale che il refrain che per un anno e mezzo ci raccontava che dopo questa pandemia saremmo stati “migliori” è stata una inutile illusione.

L’aspetto da mettere in evidenza è l’assuefazione a questo regime di restrizioni e di controllo, che ai più appare addirittura rassicurante. Restare chiusa in casa appare la soluzione meno traumatica, una solitudine che si accetta, perché imposta dalle circostante, ma con la quale si è instaurato un rapporto di convivenza che non disturba più, anzi…

È la Sindrome di Stoccolma, quella particolare condizione psicologica che induce le vittime di un rapimento a provare simpatia verso i loro sequestratori.

Dinanzi alla prospettiva di parziali aperture (anche solo per il piccolo passaggio di colore, da rosso ed arancione), dinanzi alla eventualità che si stia avvicinando il momento in cui la fine delle restrizioni consentirà di riacquisire quella libertà di movimento alla quale non si è più abituati, ecco attuarsi una condizione mentale inversa.

C’è una corsa a raccontare l’emergenza. C’è il ritorno alle notizie in stile catastrofista. C’è l’enfatizzazione a menzionare i rischi di un virus non ancora sconfitto. C’è l’accentuazione al racconto degli effetti collaterali – e drammaticamente letali – dei vaccini, a dispetto delle basse, bassissime percentuali dei fatti, tragici comunque – inesorabilmente – avvenuti.

È la sindrome di Stoccolma (in che altro modo potremmo definirla?) questo ri-disciplinamento autoritario della società in stile lockdown che sta provocando la lenta distruzione di quel che resta della piccola e media impresa, del terziario autonomo, degli spazi di formazione, di socialità e cultura “fisici”, che vengono sostituiti con consumi, intrattenimento, didattica, socialità integralmente digitalizzati.

Il prevalere di questa narrazione terroristica del Covid ed i relativi lockdown stanno rimpiazzando nella mente dell’uomo-massa, per dirla con José Ortega y Gasset, che esercita il suo imperio sulla vita pubblica, i modelli di vita di una società liberale. José Ortega y Gasset, a suo tempo (era il 1930 quando scriveva “La ribellione delle masse”), denunciava la «volgarità intellettuale» dell’uomo massa che agisce «… soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia».

Accade così che si passa alla demonizzazione delle strutture di socializzazione da sostituire con i social, delle comunità di scuola e università da rimpiazzare con la didattica su piattaforma, dell’amore e del sesso con il dating virtuale; ed ancora: dei ristoranti e dei bar con il food delivery, dei cinema e dei teatri con i vari Netflix, dello shopping che rimane sanitariamente sicuro solo online, dei concerti con le dirette a distanza, dello sport con il “workout” casalingo gestito da app, dello stesso culto religioso comunitario al quale si preferisce una spiritualità solitaria senza nessun rilievo sociale.

Con il risultato di eliminare ogni forma di associazione culturale, circolo, movimento civico e politico libero, non controllabile, trasformando la società civile in una pluralità di individui isolati che si limitano ad essere followers di influencer e leader politici, tutti immersi in un quotidiano reality show.

È la sindrome di Stoccolma se comincia a serpeggiare, nella prigionia cui siamo costretti, un certo perverso amore per le sbarre. Se la claustrofobia si trasforma in claustrofilia.

Se si comincia ad amare nevroticamente il vuoto totale, il silenzio nelle strade. Se non sappiamo più sentirci mutilati quando chiudono parchi e giardini, piazze e pure i cimiteri.

Metteva in guardia già Michel Foucault, quando denunciava il rischio che le «istituzioni totali» generano abitudine alla sottomissione, dipendenza dal comando, paura della libertà, fobia del contatto, fastidio per il disordine.

A questa solitudine istituzionalizzata ci stiamo abituando tanto in fretta da farci paura il ritorno alla vita precedente all’avvento di questo maledetto virus. Una solitudine indotta che sta provocando l’illusione che ciascuno di noi si realizzi senza bisogno degli altri.

Quanti Alessandro Gassmann conosciamo. Quante volte siamo stati noi stessi Alessandro Gassmann!

Non c’è alcun dubbio che stiamo vivendo una situazione tragica, però questa circostanza rischia di allontanarci da una consapevolezza profonda e indispensabile: siamo costituiti da una trama di relazioni a cui non possiamo rinunciare, se non a costo di rinunciare a noi stessi.

E, invece, aveva ragione il vecchio Aristotele: gli umani sono animali sociali. La nostra benedizione da scontare è che non esiste vita senza doverci sopportare: anche la peggiore gente – molesta, bovina, inquinante, rumorosa – sarà pur sempre meglio della purezza frigida di un coprifuoco che chiude bar e ristoranti, palestre e teatri, svuota le vie e condanna le città al silenzio.
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