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Draghi al Colle è garanzia per i futuri premier (e per la guida Ue). Parola di Mauro

L’ex ministro della difesa: “Nel momento in cui non ci sarà più Sergio Mattarella quale legittimazione avrà l’incarico di Draghi? Il premier oggi rappresenta quell’asset che può permettere all’Italia di essere capofila in Europa della nuova Europa, quella post-Merkel. Sarebbe un peccato sprecare l’occasione.”

MARIO MAURO SENATORE

Mario Draghi al Quirinale? Sarebbe garanzia per i futuri premier anche con “vista Ue”. Questa la riflessione che affida a L’Argomento l’ex ministro della Difesa Mario Mauro, raggiunto telefonicamente a Washington dove è impegnato al Congresso, intervenendo sulla cybersecurity a cui Joe Biden non ha invitato Turchia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. L’esponente cattolico, già vicepresidente del Parlamento europeo, si chiede quale legittimazione avrà l’incarico di Draghi nel momento in cui non ci sarà più Sergio Mattarella. E propone che sia la stessa maggioranza che lo sostiene a consegnare il suo nome alla storia di civil servant del nostro paese anche per incarnare il dopo Merkel.

Silvio Berlusconi al Colle sia il candidato del centrodestra, annuncia L’Udc di Lorenzo Cesa, perché è stato il primo federatore della coalizione. Ha ragione?

Io faccio un ragionamento molto diverso. Tanti suggeriscono che Mario Draghi non si muova da Chigi per via delle sue capacità, delle sue competenze, per la sua visione e per quello che ha mostrato di rappresentare per l’Italia direi come un asset nazionale. Non solo fino al 2023, ma anche oltre. Onestamente mi sembra un approccio quantomeno sospetto.

Per quale motivo?

Draghi è stato chiamato a ricoprire il ruolo di premier dal Capo dello Stato. Nel momento in cui non ci sarà più Sergio Mattarella quale legittimazione avrà l’incarico di Draghi? Dovrebbe essere riconfermato dal nuovo Presidente della Repubblica, in quanto chiamato a compiere un percorso di unità nazionale con un governo che lui stesso, in concorso con il Presidente della Repubblica, ha voluto non tecnico ma per l’appunto con un’opzione non di schieramento e chiamando, al contempo, i politici alla propria responsabilità.

E se Draghi restasse fino al 2023?

Sarebbe solo ad un terzo del percorso che serve al paese per garantire che i fondi del Pnrr, ma soprattutto le scelte strategiche connesse alle riforme, vadano a buon fine. In questo senso trovo del tutto improbabile, e mi spiace che persone con grande profilo politico sostengnano il contrario, che Draghi possa essere premier oltre il 2023. Ragion per cui ritengo che sarebbe molto più ragionevole che la stessa maggioranza, consapevole di questi passaggi, consegni il nome di Draghi alla storia di civil servant del nostro paese, chiamandolo alla responsabilità di Presidente della Repubblica come avvenuto nel caso di Ciampi.

Con quali garanzie per l’Italia?

Sarebbe una garanzia per tutti quelli che potranno fare i Presidenti del Consiglio, questa volta sì uomini di schieramento: li legittimerebbe in quanto, avendo comunque contribuito a strategie e scelte di unità nazionale in un momento cruciale, continuerebbero a fruire del rapporto con un Presidente della Repubblica che sicuramente ha un indubbio valore per l’intero scenario europeo. Questo è il mio pensiero: dopo di che tutti gli altri candidati alla Presidenza della Repubblica sono persone degnissime ma non proiettate al futuro. Ciò non toglie che la riflessione politica che faccio ha anche un’altra caratura.

Ovvero?

Draghi oggi rappresenta quell’asset che può permettere all’Italia di essere capofila in Europa della nuova Europa, quella post-Merkel. Sarebbe un peccato sprecare l’occasione.

Il rischio è che la destra esploda, ha detto Fabrizio Cicchitto. Come impedirlo?

Credo che il problema stia nelle scelte fatte a monte, quando si è messa al mondo la seconda Repubblica e si sono dette cose che avevano certamente un significato profondo: peccato non si siano realizzate. Sia a destra che a sinistra, si era parlato di avere certezza prima delle urne del nome del Premier votato col voto degli italiani, tant’è che il voto si è connesso al nome stampato sulle schede elettorali. La verità è che siamo una Repubblica parlamentare e l’ordito costituzionale in cui siamo inseriti ha fatto sì che sia le leggi a trazione maggioritaria, sia quelle dove sempre più hanno contato le segreterie dei partiti e sempre meno il profilo degli eletti, hanno partorito poi dei meccanismi che men che meno nell’ultima legislatura hanno portato risultati sperati. Infatti veniamo da una legislatura dove, all’inizio, si sono messi assieme due partiti che, fra loro, erano alternative secche. In seguito quel partito che aveva vinto le elezioni, il M5s, ha governato appoggiandosi ora a destra e ora sinistra. Ora siamo al governo di unità nazionale.

Un j’accuse al bipolarismo?

Cosa altro dovremmo aspettarci, dopo 25 anni, per dire che il bipolarismo è alla fine del suo percorso politico? Non perché non esista l’orientamento politico un po’ più destra o più a sinistra, ma perché viviamo in un paese costruito su un impianto costituzionale e proporzionale delle sue leggi elettorali. Non è pensabile cambiare la legge elettorale ogni due anni o correggere quello che si deve risolvere solo affrontando una discussione sulla Costituzione: in modo serio e non come fatto nella XVII legislatura quando ci siamo posti il problema avendo acquisito la portata storica del risultato del M5s che ha infranto il bipolarismo muscolare arrivando addirittura ad essere, già nel 2013, l’ipotetico vincitore. Ne abbiamo discusso, ma tutto poi è stato svilito dal colpo di mano di Matteo Renzi sul governo Letta, con il tentativo di forzare l’ordine costituzionale con una struttura di riforma che non ha retto, non tanto alle critiche in Parlamento quanto alla volontà popolare.

Anche per queste ragioni siamo in un momento cruciale?

Non me ne vogliano tutte le persone che, con generosità e ingegno, hanno militato da una parte e dall’altra o hanno fatto tentativi alternativi all’interno del percorso del nostro paese. Ma dico che la pausa di riflessione che ci concede sul piano strettamente partitico la gestione del bilancio dello Stato da parte di Draghi, ci deve dare la forza di guardare avanti per immaginare qualcosa che si incarnerà nella messa a fuoco della XIX Legislatura. E di cui l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica potrebbe essere un presagio. Invito a interrogarci, ma non sono io nelle condizioni di dettare alchimie particolari. Questa è solo la riflessione di un uomo libero e indipendente, che proprio per quella libertà e indipendenza ha sperimentato in politica anche tanta solitudine.

Il Papa a Cipro e in Grecia ha lanciato un messaggio contro i muri, non solo per i migranti, ma anche per la geopolitica e per quell’ecumenismo già avviato da Giovanni Paolo II?

Dal punto di vista della continuità storica dei pontificati, starei per dire che tutto ciò che promana dall’avvento sullo scenario ecclesiale ed internazionale a partire da Giovanni Paolo II è in un solco di assoluta continuità, agganciando al treno della storia anche i pontificati che hanno preceduto Giovanni Paolo II. In questo senso il Papa è il Papa: il fatto che ci sia differenza di sensibilità e di modo di leggere la realtà nell’arco di tempo che va appunto da Paolo VI a Papa Francesco, passando da Giovanni Paoo I e Benedetto XVI, non è in dubbio. Ma la rilevanza della portata storica di ogni singola scelta dei pontefici è assolutamente non in contraddizione, bensì passo dopo passo nella strada comune. Questo il dato più confortante che può far ben sperare la Chiesa, sia sugli aspetti di dottrina che su quelli contingenti di natura politica e difesa di cultura umanistica. Sono tutti uomini che non hanno mai perso di vista la scelta di mettere al centro la persona. Da questo punto di vista può piacere o meno, ma quando il Papa parla di muri si riferisce a tutti i muri. Ho grande sensibilità per il giudizio che esprime su quello scorcio che si scorge nell’Egeo (e che tiene assieme culture, civiltà e secoli di storia nel giudizio) che vuole rimuovere l’ostacolo della vicenda di Cipro: quanti in Europa lo hanno fatto prima? Davvero, inoltre, possiamo permetterci muri che respingono gli afgani costretti da noi stessi alla fuga attraverso la nostra vigliaccheria? Quindi le ragioni di Stato di ogni singolo paese membro dell’Ue possono esistere, ma c’è una ragione collegata alla visione di bene comune che il Papa porta, che secondo me dovrebbe prevalere.

@L_Argomento

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