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Digitale europeo, la scommessa (anche italiana) del mercato unico. A lezione dal prof. Pizzetti

Intervista all’ex Garante della Privacy: “In un’orgia di diritti, si dimentica che il mercato comune è la ragion d’essere dell’Ue. Se nel mercato unico offline mettiamo in comune le materie prime, in quello online le materie prime in modo traslato saranno i dati”

Fino a ieri nello spirito dell’Ue si condividevano le materie prime, oggi si parla sempre più di dati digitali da mettere in rete. Passare dall’epoca offline all’epoca online nel digitale al fine di garantire un mercato unico europeo è un tema attualissimo, che tocca molteplici ambiti: non solo la questione dei dati personali ma la cyber sicurezza legata allo sviluppo industriale di macro aree. L’Argomento ne ha parlato con il prof. Francesco Pizzetti, già Garante della Privacy e professore emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Torino.

Perché la nuova era digitale europea presenta un nodo legato alla privacy?

Non lo definirei un nodo, l’ultima privacy che l’Europa si è data lo ha fatto già prevedendo l’era digitale, anche se poi si è manifestata in tutta la sua corposità solo con la pandemia. In realtà in quel dispositivo c’è una chiara traccia: ovvero che la decisione di creare questa nuova e complessa normazione è legata alla consapevolezza che sta arrivando l’epoca digitale. Si sottolinea il problema fondamentale di dare sicurezza e fiducia alle persone affinché queste usino i trasferimenti dati digitali.

Perché il mercato unico necessita di regole idonee alla sua tutela anche nell’ambito dell’economia digitale?

Questa domanda mi consente di affrontare un tema che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Layen, fin dalle sue dichiarazioni programmatiche, aveva sottolineato. L’Ue è nata per il mercato unico ed esso è la ragion d’essere dell’Ue. Questo spesso viene dimenticato in un’orgia di diritti. Prima dell’Ue ci sono state due guerre mondiali date essenzialmente dallo scontro franco-tedesco, a cui aggiungerei la terza di indipendenza, legate alla lotta per impadronirsi delle risrse minerarie della Rur. Se noi lasciamo da parte l’eccesso di emozionalità e di retorica, guardando invece alle parole della von der Layen nel documento My view of Europe, ci accorgiamo proprio di questo: è chiaro che passando dall’epoca offline all’epoca online occorre garantire un mercato unico anche nella dimensione digitale.

Quali i vantaggi per imprese e cittadini?

Intanto servono regole il più possibile uniformi su tutto il territorio europeo, questo è il motivo per cui non basta più la direttiva con l’appicazione lasciata a ciascun stato membro. In secondo luogo occorre la condivisione dei dati tra i paesi membri, per lo meno di quelli in possesso delle Pubbliche Amministrazioni, come previsto nel Digital Markets Act. Se nel mercato unico offline mettiamo in comune le materie prime, è la tesi del numero uno della Commissione Ue, in quello online le materie prime in modo traslato saranno i dati. Qui risiede il rischio maggiore per l’Italia.

Ovvero?

Che il sistema industriale italiano non comprenda bene il passaggio in corso: ovviamente per convididere i dati occorre un’interoperatività delle reti, misure di cyber sicurezza adeguate, discipline normative uniformi. Si capisce in questo quadro il perché l’Ue abbia enfatizzato il divieto di trasferimento di dati all’estero laddove la normativa degli altri Paesi non dia garanzie adeguate a quelle europee. In realtà è un problema di adeguatezza di regole, ma nasconde anche una comprensibile resistenza europea a mettere in comune, con altre aree del pianeta in competizione globale, i dati che sono prodotti all’interno dell’Ue, sprattutto perché non ci sarebbe reciprocità. Si potrebbe verificare che il trasferimento di dati dall’Europa ad altre aree sia un indebolimento della capacità competitiva europea senza parità di trattamento: non tanto dei dati personali, quanto di quelli economici. Ma dal momento che l’Ue àncora la protezione dei dati personali alla sua tradizione, tutto ciò si è evoluto in un quadro che tenga ben presente la protezione di quei dati.

Cosa porta in grembo il “Programma strategico Intelligenza Artificiale 2022-2024” approvato dal Consiglio dei ministri italiano nel novembre scorso?

E’un programma utile come dimostrazione di autoconsapevolezza del governo italiano. Non ha grandi innovazioni ed è giusto che sia così rispetto all’agenda digitale europea. Indica, senza un approfondimento come fosse sarebbe stato necessario, l’esigenza di adottare regole di adeguamento normativo e tecnologico per fare dello Stato italiano un membro compatibile di un’Unione europea digitale.

Al di là della possibilità concreta, così come accaduto con Napolitano, un eventuale bis di Mattarella cosa comporterebbe da un punto di vista della prassi?

Visto il precedente di Napolitano, renderebbe evidente che la carica di Presidente della Repubblica è rinnovabile. Non per questo aprirebbe la strada ad una sicura tendenza al rinnovo, come invece è negli Usa dove raramente un presidente uscente non si è ripresentato, ma alla prassi per la quale innanzitutto il proplema che il Parlamento si pone è se rieleggere o meno l’uscente. Però questo nessuno oggi può prevederlo, non è un problema di diritto costituzionale ma di storia del paese. Ciò che è certo, e coloro che avevano alle spalle buoni studi non ne avevano alcun dubbio, è che la carica è rinnovabile. Si era diffusa la leggenda metropolitana, soprattutto in area grillina, che non fose rinnovabile ma chi conosce gli atti della Costituente sa che così non è. La Costituente decise di non esplicitarlo ma altrettanto consapevolmente di non prevederne il divieto. Giorgio Napolitano ha superato una volta per tutte questo dilemma, quindi anche Sergio Mattarella potrebbe essere rieletto. Se poi accettasse o meno, questa sarebbe un’altra questione.

@L_Argomento

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