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Politica

Difesa comune e liste transnazionali: Benedetto e l’Ue nel dopoguerra ucraino

Il Presidente della Fondazione Einaudi: “Ci stiamo dividendo in due scuole di pensiero: i sovranisti sostengono che l’Ue uscirà forse distrutta da questa vicenda; tutti gli altri, me compreso, ritengono che potrebbe uscire rafforzata”

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La difesa comune europea è il minimo sindacale per l’Europa che sta affrontando la guerra in ucraina anche da un punto di vista di prospettive future, dice a L’Argomento l’avv. Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Einaudi e autore de “L’eutanasia della democrazia”, (Rubbettino ed.) con la prefazione di Sabino Cassese. L’occasione è utile per stendere una sorta di decalogo per l’Ue di domani, che Benedetto focalizza su uno stato davvero federale anche grazie a liste transnazionali già dalle prossime elezioni europee del 2024.

Perché l’invasione dell’Ucraina è un attacco russo all’intero occidente liberale?

Perché per la prima volta siamo nel cuore dell’Europa, ci troviamo ai confini anche della nostra Italia: qualcuno ha fatto il calcolo che fra Trieste e l’Ucraina ci sono meno chilometri che fra Trieste e Pantelleria. Non possiamo negare che questo aspetto abbia un peso importante, se non preponderante. Inoltre siamo ai confini del fronte debole dell’Europa, in quanto i paesi dell’est europeo sono stati gli ultimi ad entrare nell’Ue e gli ultimi a rientrare nell’ombrello difensivo della Nato. Non solo Putin non riconosce Yalta, ma potrei aggiungere che non riconosce l’89 e la caduta del comunismo. Credo sia questo un elemento di ancora maggiore attualità.

L’Europa fino ad oggi si è troppo cullata incassando i dividendi del crollo del muro?

E’ questo il punto centrale della questione. In Europa ci stiamo dividendo in due scuole di pensiero: i sovranisti sostengono che l’Ue uscirà forse distrutta da questa vicenda, sicuramente cambiata; tutti gli altri, me compreso, ritengono che l’Ue potrebbe uscire rafforzata. Nella storia, crisi come queste possono portare ad uno squilibrio ulteriore, come accadde con la prima guerra mondiale. Per certi aspetti anche la tragedia delle Torri Gemelle ha portato a ripensare una difesa occidentale.

Siamo più o meno vicini ad una difesa europea, ad esempio?

Sarebbe quello il passo minimo che ci permetterebbe di ottenere due risultati, solo apparentemente in contraddizione: un risparmio notevole per i singoli stati delle spese militari e un rafforzamento del sistema di difesa comune nella sua interezza. Mi chiedo come sia possibile non fare una scelta di questo genere.

Quello è solo un punto di partenza?

Quello sarebbe il minimo, senza il quale risulterebbe sprecato tutto ciò che stiamo facendo per difendere l’Ucraina. In secondo luogo entrano in gioco le istituzioni europee: è arrivata l’ora di dare un’accelerazione finale perché diventino le istituzioni di uno stato federale. Che senso ha continuare ad eleggere il Parlamento per liste nei singoli Stati? Mi auguro che dalle prossime elezioni europee del 2024 si arrivi a liste transnazionali: significherebbe una reale comunione di intenti tra cittadini di uno stesso continente tramite le grandi famiglie politiche europee e non nei piccoli cortili.

Sarebbe propedeutico anche ad un eurogoverno diverso…

Certo, a questo serve immaginare un salto costituente che doni finalmente un governo all’Europa. Esiste anche uno scenario catastrofico, in cui l’Ue uscirebbe distrutta nella sua essenza da questa guerra. Mi auguro proprio di no.

Come gestire le relazioni con la Russia a conflitto terminato?

Al momento non esiste una politica estera europea: ieri era Merkel, oggi è Macron, domani Draghi o chi per lui. Ma non è questa la maniera per disegnare davvero una politica estera comune. Siamo disponibili, dunque, a cedere sovranità in questa direzione? La mia risposta è sì, senza ombra di dubbio ma le resistenze anche dei piccoli stati sono tante. Non mi riferisco solo ai sovranisti italiani o ai paesi di Visegrad, ma ad esempio anche alla Francia. Per cui prima di dare una risposta alla Russia che sarà, cerchiamo di darla al nostro interno.

L’agenda Draghi è stata definita, da più parti, come un collante per le alleanze che verranno, in una potenziale nuova maggioranza, depurata dai populismi: in che modo uno zoccolo liberale potrà essere centrale in vista delle elezioni politiche del 2023?

Chi negli ultimi anni ha parlato di maggioranza Ursula non sa di cosa parla, perché è la classica strada intrapresa ad esempio per eleggere il Presidente di un Parlamento. Come può essere una maggioranza di governo quella che mette assieme popolari, liberali, progressisti e socialisti? E’ solo un’unione di intenti che, nel rispetto delle regole del gioco, porta ad un’elezione condivisa. Noi come italiani dobbiamo entrare in Europa, anche e soprattutto per la porta principale della politica. In questi giorni sono impegnato nelle presentazione del mio libro in giro per l’Italia e dico sempre che in tasca ognuno di noi ha una moneta falsa: nel nostro paese questa moneta è da anni spaccata tra centrodestra e centrosinistra. Si tratta di un fenomeno che un meraviglioso venditore si è inventato e che per 30 anni abbiamo continuato a tenere in tasca.

Quindi?

Mi chiedo in quale altro paese europeo esiste un centrodestra e un centtrosinistra: nessuno. In tutta Europa c’è una sinistra più o meno radicale, una destra più o meno conservatrice e un centro che quasi sempre è liberale. Solo in Italia c’è questo pasticcio dove il partito di maggioranza relativa ha cominciato a destra, poi è passato a governare con la sinistra e spera di finire al centro nella stessa legislatura. Una vergogna tutta italiana e non solo di quel partito.

@L_Argomento

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