Di politically correct si muore

Di politically correct si muore

Revisionismo e iconoclastia, siamo già oltre l’eccesso?

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Di politically correct si muore
“Da dove nasce questo delirio suicida del «politicamente corretto» che sta devastando l’immagine di sé dell’Occidente, contribuendo a paralizzarlo ideologicamente sulla scena del mondo?”.

A chiederselo è Ernesto Galli della Loggia in un recente editoriale sul Corriere della Sera attraverso il quale riflette per capire “Che cosa è successo perché si arrivasse ad accettare o addirittura spesso a promuovere l’abbattimento delle statue di Colombo e Churchill considerandoli dei gaglioffi impresentabili?

A pensare che insegnare l’opera di Omero, di Dante e di Shakespeare, o eseguire la musica di Mozart costituisse una discriminazione offensiva verso chi ha un colore della pelle diverso dal bianco?”.

In “Noi”, romanzo russo lungimirante, antesignano del ben più noto “1984” di Orwell, scritto tra il 1919 e il 1921, vent’anni prima dell’ascesa di Stalin, Zamjatin denuncia la dissoluzione dell’individuo per un “bene comune”: l’uomo cessa di identificarsi come tale (persino con l’abolizione dei nomi propri di persona) e si riduce ad un’equazione matematica di doveri-necessità nel grande schema delle cose.

Solo lo Stato Unico ha il “privilegio” di avere un passato e un futuro: lo Stato c’era, c’è e ci sarà, ma all’uomo è concesso solo di vivere nel presente: la storia viene ripudiata, l’uomo “antico” persino schernito; il futuro è proiettato solo alla costruzione di ciò che è buono per il Benefattore.

Si assiste alla negazione di una domanda politica legittima e comprensibile, trasversale a tutti i ceti nazionali: l’autodifesa di società che si sentono impoverite e minacciate. A questa domanda – come denuncia Edoardo Tabasso, Strategic communication advisor – nessuna risposta di buon senso è arrivata da una élite oramai “postmoderna”, “liquida”, “multiculturale”, “tecnocratica”, senza senso autocritico, perché incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso.

Come pastori ignoranti che vivono in un luogo dove un tempo fiorirono grandi civiltà – pensiamo, in proposito, alle riflessioni del filosofo Allan Bloom (“La chiusura della mente americana – I misfatti dell’istruzione contemporanea”) – si ha la sensazione di aver perso il controllo del proprio destino. Eppure, molte delle incertezze che ci troviamo ad affrontare sono state create proprio dalla crescita della conoscenza umana.

A giudizio di Bloom, che pubblicò questo suo saggio nel 1987, la cultura della democrazia occidentale vive dagli anni ’60 una crisi profonda, dietro un’apparenza di liberazione e creatività. Caduto il tradizionale confine tra l’accademia e la società, una miriade di rivendicazioni ha fatto irruzione nelle università, direttamente dalla società e dalla politica, scardinando un sistema senza proporne uno alternativo.

Nelle democrazie governate dall’opinione pubblica – denunciava già allora Allan Bloom – la scuola non è più un’isola di libertà intellettuale, dove tutte le opinioni sono prese in esame senza restrizioni e pregiudizi, ma si è trasformata nel magazzino delle influenze più nocive prodotte dalla cultura popolare: prime fra tutte il relativismo e un malinteso senso dell’uguaglianza, uniti in un’intenzione morale. L’apertura mentale si è così trasformata in chiusura: al sapere, ai valori, alle differenze, ai fatti.

La stessa scuola, che da tempo nega il metodo scientifico e la sperimentazione, non aiuta a coltivare il senso critico preferendo un sapere preconfezionato che respinge la curiosità e la creatività, elementi invece che dovrebbero essere preponderanti soprattutto tra i giovani, per guidarli verso l’esplorazione del mondo.

Come a suo tempo denunciato da Piero Paganini. “Siamo l’idealtipo della Mediocrazia”!

La mediocrità è il pensiero dominante che affossa qualsiasi proposta alternativa di interpretare il mondo. Le opinioni hanno tutte pari dignità, ma il risultato è che lo spontaneismo regna sovrano. Solo diritti e niente doveri!

Perso il senso della vergogna, si immagina che tutto sia concesso a tutti, in nome di un falso concetto di onestà e rispetto di regole dimenticando l’insegnamento di Seneca, che già a quel tempo ricordava che “la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono”.

Per secoli l’Occidente è stata la locomotiva della civiltà del mondo. Non perché non ci fossero altre grandi civiltà, ma perché ad un certo momento della storia l’Occidente era avanguardia della cultura, delle scoperte scientifiche, delle nuove tecnologie, del diritto degli individui e dei popoli.

Proprio queste conoscenze scientifico-tecniche hanno consentito alla civiltà europea di essere, per almeno quattro o cinque secoli e forse più, l’unica a detenere una straordinaria forza anche politica, che ha avuto, come inevitabile conseguenza, anche una potenza di sopraffazione e di egemonia che nessun’altra civiltà ha avuto. Ma – come si chiede giustamente Galli della Loggia – “si può immaginare che in condizioni analoghe il regno del Dahomey o il bey di Tunisi si sarebbero comportati molto diversamente?”.

Questa mancanza di conoscenza e quindi di senso storico si è rivelata decisiva nella costruzione del paradigma della «vittima», a sua volta basilare sia per la nascita che per la legittimazione pubblica del «politicamente corretto».

Il politicamente corretto: una campagna sempre più aggressiva che mette in pericolo la libertà di giudizio e di espressione e, più in generale, la possibilità di quella dialettica fra posizioni contrastanti che invece dovrebbe essere la linfa vitale di una società liberale.

Il “politicamente corretto” è il nuovo conformismo culturale che, dietro i buoni sentimenti, non tollera i diversamente senzienti e pensanti, mentre sa essere molto intollerante ed escludente verso chi non sta ai suoi dettati. Ma – come opportunamente si chiede Corrado Ocone – una società che chiude così drasticamente lo spazio di discussione, e quindi di libertà, può dirsi ancora una buona società?

E poi: siamo davvero sicuri che proteggere in senso così marcato e acritico certe “minoranze” sia qualcosa che aiuta gli appartenenti ad esse più di quanto non aiuti noi stessi a confermaci nei nostri luoghi comuni?

Stiamo progressivamente perdendo il senso di una comune civiltà, di un’appartenenza che comporta ovviamente differenze anche aspre ma che in qualche modo hanno rappresentato un modo di essere e di sentirsi, a livello mentale e sentimentale, comunità. Quello che chiamiamo Occidente sta tramontando perché va perdendo il senso di una propria unità sottostante alle diversità e alle divergenze.

L’Occidente ha commesso errori ed orrori come tutte le civiltà, ma la sua struttura profonda è stata universalistica. Adesso, però, muore: perché si vergogna di se stesso e dei propri valori più alti; muore per paura e per retorica, credendo ingenuamente di fare bene (mentre invece fa spesso il male) negando con i suoi comportamenti gli ideali che crede di affermare.

In sostanza, per dirla con Claudio Magris, “L’Occidente muore di viltà travestita da mentalità aperta ed evoluta”.
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