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Dal martello di Stalin al martello delle streghe. Appunti sui contendenti

Machiavelli ha scritto sia di repubblica che di principato portando in dote al pensiero occidentale il pragmatismo della “realtà effettuale” e di come siano le forze a dare i nomi e non i nomi alle forze: con ciò costringendo ad analizzare le strutture politiche per quello che in concreto sono e non per il nome che si danno.

Tempo di lettura stimato 5 minuti

di Claudio Togna

Mi ha dato da riflettere, in questi giorni, la difficoltà, se non l’impossibilità, di poter esprimere nei media giornalistici e televisivi in ordine alla questione Ucraina tesi dissonanti dal comune sentire dell’ortodossia del “politicamente corretto” in funzione sostanzialmente “filo-Ucraina”. “Pensare Altrimenti” parafrasando Diego Fusaro significa subire senza se e senza ma il marchio di infamia di “filo-Putiniani”: infamia comportante un isolamento intellettuale, sociale e morale del dissenziente.

Naturalmente si può dissentire dal pensiero unico in varie forme ed una democrazia è tale proprio perchè accetta, come indefettibile dato strutturale, la possibilità del dissenso da confutare con migliori e più convincenti tesi e non da soffocare con la violenza fisica, verbale o istituzionale. Tuttavia si può, e secondo me si deve, iniziare a strutturare ragionamenti che vadano al di là del mantra ripetitivo del “Zelensky è un eroe” e della solidarietà al “valoroso e combattente popolo ucraino”.

Ed iniziamo dal principio. La guerra iniziata con l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa (che è guerra e non “operazione speciale”) che guerra è? E’ una guerra di terra o di interessi od una guerra di ideologie come quella che vide contrapporre la Cristianità all’Islam e che trovò il suo epilogo nella battaglia di Lepanto? La sensazione che si ha nel pensiero unico giornalistico televisivo è quello che si sia, acriticamente, sposata la tesi di una guerra ideologica tra “dittatura” (rappresentata dalla federazione Russa) e “democrazia” (rappresentata dall’Ucraina) con un evidente paralogismo: se un paese governato da un autocrate o da un dittatore invade un altro paese non è che quest’ultimo diviene “democrazia” per il solo fatto di essere invaso in quanto, in ipotesi, potrebbe essere a sua volta un paese governato da un’altra autocrazia o da un’altra dittatura.

Con onestà intellettuale sulla tenuta democratica dell’Ucraina, prima dell’invasione russa, vi erano, da parte occidentale, non poche perplessità in tema di corruzione, repressione dei diritti umani ed esistenza di frange di estremismo neonazista. Elementi ad oggi superati in quanto l’invasione ha reso l’Ucraina più democratica dell’Atene di Pericle.

E, al netto della propaganda, non è così. L’Ucraina rimane uno stato aggredito e minacciato nella sua integrità territoriale da un altro stato con delle situazioni di territorialità contesa e di situazione geopolitica di complessa origine e di complessa soluzione. E su tale complessità bisognerebbe ragionare. Già lo stesso concetto di dittatore è entrato in crisi nella speculazione politica occidentale con “Il Principe” di Niccolò Machiavelli. L’idiosincrasia feroce, quando non l’odio, di molti commentatori all’opera del Machiavelli derivava proprio dal fatto che mai ne “Il Principe” il Machiavelli utilizza la parola tiranno sostituendola con il sintagma “Nuovo Principe”.

Operando con ciò una frattura insanata ed insanabile con tutta la speculazione da teologia politica precedente (che trova la sua sintesi migliore nel giurista Bartolo da Sassoferrato) incardinata non solo nella definizione del tiranno (ex defectu tituli o ex ratione exercitii) ma anche nella “sintomatologia” in esempi concreti della tirannia.

Niccolò Machiavelli ha scritto sia di repubblica che di principato portando in dote al pensiero occidentale il pragmatismo della “realtà effettuale” e di come siano le forze a dare i nomi e non i nomi alle forze: con ciò costringendo ad analizzare le strutture politiche per quello che in concreto sono e non per il nome che si danno.

Ed è per questo che è tutt’altro che scontato pensare che la guerra in atto sia di natura “teologica” tra due forme di governo “pure” e cioè tra la tirannia come descritta da Bartolo di Sassoferrato e la democrazia intesa come la democrazia ateniese di Pericle. Ma il tentativo di introdurre analisi che vadano oltre la generica contrapposizione ideologica tra modelli astratti di governo e cioè tra democrazie e dittature espone chi lo osa alla “umiliazione” da parte degli interlocutori, al suo essere ridotto quasi ad “homo sacer” nel senso di Agamben che chiunque può sbeffeggiare ed uccidere (anche con le argomentazioni e non a caso si parla di “character assination”) impunemente ed indipendentemente da un “più o meno” giusto processo nel presupposto ideologico assunto come “assoluto” che la guerra tra Federazione Russa ed Ucraina non sia riconducibile ad una questione di terra e di interessi (in quanto è noto che le trattative possono farsi esclusivamente sugli interessi) ma ad una questione teologica di principi (lo scontro tra democrazie ed autocrazie) che non ammette negoziazioni.

Sui principi non si transige. O vince il mio principio o vince quello dell’altro. Tertium non datur. Dimensione teologica che trova il suo “apparato ecclesiale” nella quasi totalità del circuito giornalistico televisivo nel quale chiunque tenti un ragionamento articolato viene ridotto al ruolo “subumano” di inquisito portatore di un pensiero sacrificabile in quanto non allineato.

Nei talk show televisivi è riprodotta, involontariamente ma non meno efficacemente ed in forma moderna, l’immagine del medievale processo inquisitorio come redatto e codificato (sia pure con la compiacenza di un Notaio infedele) nel “Malleus Maleficarum” o “martello delle streghe” il più consultato manuale sulla caccia alle streghe sia da parte degli inquisitori cattolici sia da parte dei giudici protestanti poiché spiega, proposizione per proposizione, come si deve comportare l’inquisitore di fronte alle asserzioni dell’inquisito in ogni singola occasione.

Con contraddittori “Corpus unus” quale inquisitori di chiunque sia assertore di tesi dissenzienti colpevole “ex se” per la sola esternazione delle sue proposizioni. Il tentativo, ed uso le parole ed i concetti di Armando Verdiglione, è quello di mutare le proposizioni laiche (ancorchè contestabili) di chi non sostenga la “guerra teologica” in una “perversione eretica” limite della perversione teologica propugnata dagli inquisitori televisivi.

L’inquisizione televisiva si distingue da un processo di lettura e di analisi delle tesi dei non allineati perché tratta il pensare altrimenti la “dissidenza” rispetto ad un politicamente corretto teologicamente imposto come dissenso rispetto ad un sistema ad un apparato teologico. La condizione della prova di eresia teoretica rispetto al sistema è quella di essere a priori certa ed indiscutibile. Di qui il rischio di complicità diviene enorme: l’avvocato e il giudice badino solo a garantire la procedura dell’esecrazione.

L’oggetto di condanna non è il contenuto della proposizione (di cui gli inquisitori televisivi si disinteressano essendo la colpevolezza del reo certa a priori per tabulas) ma della stessa “pensabilità” delle proposizioni. Importante non è l’analisi ma l’osservazione: l’inquisizione deve basarsi, come nel caso delle streghe più che altrove, su una tipologia generale che guidi la catalogazione del sintomo e non la sua struttura.

Il principio di autorità del pensiero unico conformato dal politicamente corretto assunto a dato teologico deve valere nella prassi giudiziaria che prescrive l’obbedienza, talora la morte, ancorché in effigie, in nome dell’unica libertà ammessa e riconosciuta dagli inquisitori. L’inquisizione televisiva, come l’antica inquisizione, persegue quale scopo supremo, la confessione del reo e cioè la sconfessione del sé dell’inquisito.

E la morte fisica sul rogo, come nella vecchia inquisizione, può essere sostituita dalla “morte in effigie” (concetto analogo al moderno character assination) preceduta dall”abiura” delle proprie tesi da parte del reo e dal passaggio per pubblico ludibrio in veste gialla (cosiddetto “Sanbenito”) dell’ormai, in forza dell’abiura, “marrano”. La guerra questa desolante attrazione dell’umanità per la guerra è già nefasta quando tratta di terra e di interessi. Non diamole la cornice teologica di un “monoteismo” democratico da proselitismo feroce ed assoluto.

Con le guerre di religione dovremmo avere già dato.

@L_Argomento

(Foto: Flickr)

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