Politica

Da premier a regista: la metamorfosi di Renzi nell’Italia del “dopoguerra”

Matteo (che punta su Sala) ricorda a tutti, alleati e concorrenti, che se non vi fosse stato il suo scatto oggi il paese sarebbe alla deriva con al timone la sciagurata alleanza giallo-verde

BARACK OBAMA MATTEO RENZI

Non segno molti gol, ma sono decisivo. L’intervista di Matteo Renzi al Foglio non solo dice tante cose (mettendo in luce anche alcuni sui difetti, sia chiaro), ma cade in un momento delicatissimo della legislatura e della storia del paese. Tra poche ore il M5s potrebbe essere tentato dall’appoggio esterno al governo mentre il debito pubblico galoppa, mentre la guerra morde le caviglie di imprese e famiglie, mentre il caro bollette impatta come un macigno su una stagione turistica che dopo il covid prova a rialzare la testa.

Ciò non significa automaticamente che la democrazia, parlata e attuata, debba essere sospesa ma almeno dovrebbe essere un monito per la politica.

Renzi ripercorre il recente passato, punta su Beppe Sala per il futuro, ammette che il 90% degli italiani lo detesta, certifica la fine dei 5 stelle, definisce Giuseppe Conte inconsistente e Carlo Calenda incomprensibile.

Quando inoltre rivendica i suoi successi, la caduta del governo Conte, l’arrivo di Draghi, il rischio-Grecia scongiurato grazie ai consigli di Obama, non lo fa (questa volta) solo per autocompiacersi. Bensì ricorda a tutti, alleati e concorrenti, che se non vi fosse stato quello scatto oggi il paese sarebbe alla deriva con al timone la sciagurata alleanza giallo-verde. Prendere atto dei passaggio politici, anche se non graditi, è un utile esercizio per capire le dinamiche di ieri, non subirle oggi e farne tesoro per programmare il futuro.

In un paese dove si tende a dimenticare tutto nel giro di pochi mesi (terremoto in Irpinia, Amatrice, il bunga bunga, il crack Parmalat, il Cermis, Bibbiano) non è cosa da poco.

@L_Argomento

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