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Economia

Così la Bce replica ai tagli record della Fed. Ma è allarme recessione

Il timore è che gli impatti negativi dei dati finanziari di Usa e Cina possano peggiorare lo status quo dei paesi membri Ue

ILLUMINAZIONE BCE IN OCCASIONE DEL VENTESIMO ANNIVERSARIO DELL'EURO BANCA CENTRALE EUROPEA FRANCOFORTE SEDE

Si profila entro il prossimo mese di luglio un’inversione di tendenza dei tassi di interesse nell’area dell’euro da parte della Banca Centrale Europea. Fino ad allora, come osservato sulla stampa tedesca dal direttore della BCE Isabel Schnabel, gli acquisti netti di obbligazioni dovrebbero essere sospesi. Parole che danno la cifra di come Francoforte intende rispondere alla decisione della Fed di tagliare di mezzo punto i tassi di interesse, così come non accadeva da 22 anni.

Tassi di interesse

Accanto ai numeri dell’inflazione nella zona euro, che ha toccato il massimo storico del 7,5% nel marzo scorso, ecco la postura della BCE che fino a questo momento ha scelto una tattica più accomodante rispetto ad altre. Si pensi che Bank of England e la Federal Reserve statunitense hanno entrambe iniziato ad aumentare i tassi di interesse nel tentativo di frenare l’inflazione.

Al momento di recessione in Ue si parla in maniera blanda, dettato da un embargo immediato sulle importazioni di gas dalla Russia che a quel punto potrebbe renderla da leggera a grave. Ma il dato di fatto è che tale scenario non potrà vedere miglioramenti prima del 2023.

Allarme

Si tratta di mosse che potrebbero però non essere sufficienti a risolvere la grande problematica che si sta abbattendo su tutte le economie: la recessione. Una grande recessione in arrivo è la previsione che moltissimi Ceo fanno per l’Europa, che si trova in questa fase ad affrontare shock economici simultanei (dettati da Covid più guerra). Secondo quanto osservato alla Cnbc da Stefan Hartung, CEO del gigante tedesco dell’ingegneria e della tecnologia Bosch, la società vede “una grande recessione in arrivo”.

La grande inflazione

Secondo Barry Eichengreen, Professore di Economia all’Università della California a Berkeley, la situazione odierna non potrebbe essere più diversa rispetto alla ‘grande inflazione’ degli anni ’70. In una riflessione pubblicata su Le Monde osserva che le lezioni della “grande inflazione”, che colpì gli Stati Uniti cinquant’anni fa, sono state effettivamente trattenute dai banchieri centrali. “Non dimentichiamo che nel 1973, quando l’inflazione dei prezzi al consumo raggiunse il 6%, aveva senso che consumatori, produttori e lavoratori estrapolassero quel tasso nel futuro. Credevano che l’inflazione sarebbe persistita, perché non c’era motivo di credere che la Federal Reserve l’avrebbe portata sotto controllo. La Fed, in ogni caso i suoi leader, non disponeva nemmeno, all’epoca, di un modello del rapporto tra politica monetaria e inflazione. Negli anni ’50 e fino all’inizio degli anni ’60, la politica monetaria fu decisa soprattutto nell’ambito del sistema internazionale di Bretton Woods, istituito nel 1944”.

Scenari

Richiamare sullo stato di salute di big players come Usa e Cina non significa abbracciare il ruolo di cassandre, ma provare ad immaginare scenari di domani. L’economia statunitense si è ridotta dell’1,4% nel primo trimestre del 2022, ma i consumatori hanno continuato a spendere. Ciò significa da un lato che, paradossalmente, l’economia potrebbe continuare ad espandersi e, dall’altro, che la mano in tasca dei cittadini potrebbe fermarsi brutalmente.

Cattive notizie giungono anche da Pechino, dove il settore dei servizi cinese si è appena contratto al secondo ritmo più forte mai registrato a causa del lockdown imposto dal governo, che persegue politiche da zero Covid.

@L_Argomento

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