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Politica

Centrosinistra, Muroni: “Campo largo o stretto? Prima decidiamo cosa piantarci”

Intervista alla deputata di FacciamoECO e già presidente di Legambiente: “Occorre lavorare per creare una coalizione che condivide un’idea di paese, non si può chiedere agli italiani di votare per la sinistra, solo per non far vincere la destra”

ROSSELLA MURONI DEPUTATO

In questa intervista a L’Argomento parla Rossella Muroni, deputata di FacciamoECO e già presidente di Legambiente: “Campo largo o stretto? prima decidiamo cosa piantarci. Abbiamo la responsabilità politica di dimostrare che la lotta per l’ambiente e la scelta della conversione ecologica migliora la vita quotidiana delle persone.”

La sinistra ambientalista italiana che lezione deve trarre dai risultati francesi?

In Francia l’unione tra la sinistra e i verdi ha una base tradizionale molto consolidata e i verdi francesi sono sempre stati molto attenti al tema sociale. Quello che dovremmo trarre in generale è che la questione ambientale e climatica è sempre più sentita. Ha cessato di essere un tema di nicchia, soprattutto per le nuove generazioni ed è un banco di prova per la credibilità politica. Quanto poi questo si possa trasformare in consenso elettorale, nel nostro paese, è un’altra storia. Quello che andrebbe innanzitutto fatto è far entrare davvero la questione ambientale nella cultura politica dei partiti.

In Italia sono 30 anni che esiste una politica di ispirazione ambientalista. A che punto siamo oggi e che ruolo può avere il green per lo sviluppo dell’Italia?

I Verdi hanno avuto il merito di tenere alta l’attenzione sulle tematiche e non hanno avuto grande fortuna a livello comunicativo, anche se questa non può essere usata come scusante. L’ambizione di fare della questione ambientale una questione popolare è un obiettivo ancora da raggiungere. Il tema dell’emergenza sociale prende il sopravvento e occorre dimostrare che la scelta della transizione ecologica, che noi ecologisti preferiamo chiamare conversione ecologica perché si tratta di cambiare il sistema economico, non implica una decrescita né una scelta élitaria. Ad esempio in una politica energetica i primi che dovrebbero beneficiarne sono le fasce di popolazione in povertà energetica, le periferie delle città. Occorre agganciare il cambiamento climatico alla lotta per la povertà, e su questo l’ambientalismo politico italiano ha ancora tanta strada da fare.

Come conciliare le emergenze attuali, crisi energetica e siccità, con i tanti problemi strutturali e di trascuratezza del territorio?

Due esempi su tutti: il bonus 110% e le comunità energetiche che sono due provvedimenti che sono stati presi da questo parlamento. Sul bonus avevo chiesto che fosse sì una misura di investimento pubblico, ma di cui beneficiassero innanzitutto le fasce più deboli, partendo ad esempio dall’edilizia pubblica, per permettere allo strumento di creare efficientamento energetico soprattutto a chi non aveva la possibilità economica di sostenerlo: ma questo non è stato fatto. Le comunità energetiche, poi, possono farle tutti ma solo i Comuni al di sotto dei 5000 abitanti avranno un finanziamento specifico dal Pnrr. Vuol dire che procediamo con il freno a mano tirato e invece sarebbe importante sviluppare politiche che permettano alle persone di autoprodurre energia e di costruire attorno ad uno strumento tecnologico (il pannello solare, ma anche la pala eolica condivisa) una comunità di territorio. Questo vale anche per il fronte idrico e per l’emergenza siccità che mostra tutti i limiti della mancanza di politiche di sistema sul fronte del risparmio di acqua. Bene le infrastrutture, gli invasi, ma non può essere solo quello, occorre lavorare sulle riserve di acqua e strutturare un grande piano per l’adattamento climatico che passa anche per il fatto che abbiamo città troppo cementificate. E torniamo alla necessità di dimostrare che la lotta per l’ambiente migliora la vita quotidiana delle persone.

Perché il socialismo e le tematiche ambientali faticano a gestire la globalizzazione?

I mutamenti climatici sono globali, come la dipendenza dalle fonti fossili o il problema dei profughi ambientali. Forse l’ambientalismo ha cercato di tenere insieme i temi ma senza mai incrociarli nelle soluzioni proposte. Il socialismo sembra ancora ancorato alla difesa del lavoro tradizionale e non si è ancora interrogato su un nuovo obiettivo: la creazione di nuovo lavoro. Un lavoro più giusto, più equo, ma anche votato alla green economy, allo sviluppo dell’economia circolare. Il tema dei rifiuti su questo è un esempio illuminante. La vecchia economia lineare in cui più si produceva, più si consumava e più si generava felicità è scomparsa. Ora occorre passare ad un modello economico in cui la materia viene riutilizzata per nuova produzione, ma occorrono cittadini consapevoli che non siano più semplici consumatori, ma fornitori di materia prima (con la raccolta differenziata) e produttori di energia (con le comunità energetiche). La classe industriale è stata incapace di cogliere i segnali, ma anche la politica di sinistra è stata incapace di intercettare i mutamenti che stavano avvenendo e farne il nuovo fronte di lotta per il miglioramento del lavoro. Passare dal concetto di possesso del bene a disponibilità del servizio è un cambiamento epocale.

Un commento a quanto sta succedendo nel M5S. Quello del centrosinistra è un campo largo o sta diventando un campo stretto?

Innanzitutto mi chiederei cosa ci piantiamo nel campo. Occorre lavorare per creare una coalizione che condivide un’idea di paese, non si può chiedere agli italiani di votare per la sinistra solo per non far vincere la destra. Occorre presentare un piano industriale, di rigenerazione delle città, del lavoro legato alla green economy, della ricerca. A quel punto i confini del campo vengono da soli, a mio avviso. Non ho pregiudizi, solo ritengo che occorre tenere insieme le politiche attente al sociale e alla lotta alla povertà e le politiche di estrazione più liberale, la gestione della politica dei beni comuni e il tema delle concessioni ad esempio. Lo sforzo culturale e politico che si deve fare deve partire da qui: quali sono i temi che si condividono e quali proposte si vogliono fare. Un esempio che mi viene da fare è quello dell’inceneritore di Roma a cui il M5S dice no, ma è stato il primo a non essere capace di creare un ciclo di recupero della materia per attutirne la mancanza. Lo slogan del 2018 “rifiuti zero” doveva significare almeno 1000 impianti sul territorio. In una coalizione, poi, è importante mettere in campo processi di partecipazione dei cittadini, di condivisione delle scelte politiche: la seconda deve ascoltare i primi e poi mettere in campo le decisioni più idonee, dal punto di visto tecnico e politico.

Cosa pensa di Ultima Generazione e delle proteste in atto?

Questi ragazzi ci stanno dicendo che il modello economico che è stato costruito è largamente insostenibile e non produce più nemmeno lavoro. La crisi climatica ha accelerato anche il conflitto generazionale e registro la difficoltà che questi giovani hanno nell’incontrare un interlocutore istituzionale a cui portare la loro protesta e le loro istanze. La politica deve essere soprattutto comprensione dei problemi, dialogo e poi soluzione.

@L_Argomento

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