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Assolto il padre di MEB: il caso Boschi e il flop del referendum

Il caso banca Etruria riporta in auge l’importanza della consultazione sulla giustizia, andata deserta anche per via di un mancato impegno dei promotori

MARIA ELENA BOSCHI POLITICA ITALIA VIVA

I 14 imputati del processo sul filone consulenze d’oro alla ex Banca Etruria sono stati tutti assolti in formula piena, perché il fatto non sussiste. La sentenza è stata pronunciata dal giudice di Arezzo Ada Grignani. Il pm aveva fra l’altro chiesto il massimo della pena (1 anno) per Pier Luigi Boschi, padre dell’ex ministro Maria Elena ed ex vicepresidente di Banca Etruria, e per altri tre dirigenti, Luciano Nataloni, Claudia Bugno e Luigi Nannipieri.

Il crac di Banca Etruria

Banca Etruria ha rappresentato per anni uno degli istituti bancari più conosciuti operanti nel Centro Italia. Nel 2015, a seguito dello scandalo, venne commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme a Banca Marche, CariFerrara e CariChieti e venne salvata in extremis, attraverso la procedura di bail-in, che provocò forti perdite per gli azionisti e i detentori di obbligazioni, per alcuni l’intero azzeramento dei risparmi.

L’accusa della Procura di Arezzo, nell’ambito del filone ‘consulenze d’oro’ era quella di bancarotta colposa, per aver affidato consulenze “inutili e ripetitive”, per un totale di 4,3 milioni di euro, nonostante le condizioni economiche già critiche dell’istituto, in vista di un’eventuale fusione della banca con la Popolare di Vicenza. Per i legali degli imputati gli affidamenti non furono, invece, “operazioni imprudenti, piuttosto un’azione doverosa rispetto a quanto chiesto da Banca d’Italia”. Boschi e gli altri quattro dirigenti erano già stati prosciolti a ottobre del 2019 dall’accusa più grave, quella di bancarotta fraudolenta.

Il Tribunale di Arezzo, nell’ambito della stessa inchiesta, aveva già condannato a cinque anni di reclusione per bancarotta fraudolenta l’ex presidente dell’istituto di credito aretino Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi, a due anni l’ex vice presidente Alfredo Berni per bancarotta fraudolenta e a un anno l’ex membro del cda Rossano Soldini, per bancarotta semplice.

Banca Etruria e politica

Lo scandalo che ha coinvolto la banca creò non pochi problemi al Governo Renzi per il coinvolgimento del padre dell’allora Ministro Maria Elena Boschi e per la rovina di migliaia di risparmiatori. Il clima tra giustizialisti e garantisti è rimasto rovente fino ad oggi e sicuramente lo scandalo di Etruria è stato uno dei motivi del forte appoggio che Italia Viva ha dato ai referendum sulla giustizia, per combattere la tentazione, più che diffusa, soprattutto nei media e nella politica di anticipare le condanne prima della fine dei processi, ma soprattutto per combattere i magistrati più politicizzati ed orientati.

Nelle pagine del suo libro, “Il mostro”, Matteo Renzi racconta che all’epoca della Commissione d’inchiesta del 2017 nessuno sembrava interessato alla ricerca della verità: “Tutti, media inclusi, erano concentrati solo su Arezzo dove si doveva provare la responsabilità di un uomo che era stato per dieci mesi vicepresidente di Banca Etruria, senza deleghe e in una cornice in cui i giochi economici erano già stati fatti, ma che aveva il grave problema di essere il padre di Maria Elena Boschi”.

Le reazioni politiche

Sono state molte le dichiarazioni politiche in merito. “Nessuno si scuserà, nessun mea culpa, domani forse qualche trafiletto. Ma noi lo sappiamo e non faremo mai un passo indietro per rivendicare il diritto ad una giustizia giusta e ad una informazione seria” ha scritto il presidente dei senatori di Italia Viva, Davide Faraone. “Cavalcare il giustizialismo prima dei processi è abitudine barbara.”, ha rimarcato il senatore Pd Andrea Marcucci. “Chi ha istruito il processo?”, si è chiesto Osvaldo Napoli di Azione, affermando che “la giustizia malata non è un’immagine retorica, ma è la triste e drammatica realtà in cui l’Italia sta affondando”.

La Boschi in un lungo post scrive tra l’altro, a proposito della verità emersa dalla sentenza: “Lo sanno gli avversari politici che mi hanno chiesto le dimissioni per reati che mio padre non aveva fattoLo sanno i talk che hanno fatto intere trasmissioni contro di me e di noi e che non dedicheranno spazio a questa vicenda. Lo sanno gli odiatori che mi hanno insultato spesso con violenza verbale e frasi sessiste nel silenzio complice e imbarazzato di tanti”, concludendo “E ringrazio quei tanti magistrati che in ogni angolo del Paese fanno prevalere il diritto sull’ingiustizia.”

L’occasione persa dei referendum

E proprio alla luce della sentenze su Banca Etruria e del rischio della gogna mediatica a cui incredibilmente si è fatto ricorso in più occasioni, si fa sempre più urgente la necessità di una riforma della giustizia. I referendum, se avessero raggiunto il quorum, sarebbero stati un pungolo per la politica ad indirizzare le decisioni in un senso maggiormente garantista. Il silenzio mediatico e soprattutto la poca attenzione di un partito come la Lega, che era tra i promotori della consultazione fallita, hanno fatto perdere una grande occasione “per fare riforme importanti”, come le aveva definite il ministro leghista Giancarlo Giorgetti alla vigilia della consultazione referendaria.

@L_Argomento

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