Beirut come Bologna, Mollicone: “Si indaghi sulla Pista B”

Beirut come Bologna, Mollicone: “Si indaghi sulla Pista B”

L'onorevole Mollicone "Vorremmo fare piena luce su uno dei misteri-chiave del nostro Paese"

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Beirut come Bologna, Mollicone: “Si indaghi sulla Pista B”
La deflagrazione di Beirut ha spostato tonnellate di volumi d’aria. E per qualcuno ha riportato l’atmosfera, fatte le dovute proporzioni, respirata alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Esplosivo a pacchi. Snodo logistico. Vittime innocenti, passeggeri, viaggiatori.

E l’ombra di una mano – sospettano alcuni – mediorientale. Impunita. E’ quanto adombra l’interpellanza urgente presentata da Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia, alla quale il ministro Bonafede risponderà alla ripresa dei lavori di settembre.

Il parlamentare è ambizioso. “Vorremmo fare piena luce su uno dei misteri-chiave del nostro Paese, certi che il tribunale di Bologna ha tralasciato una pista fondamentale”, dice al Riformista l’onorevole Mollicone.

Il 23 febbraio 2006 i consulenti della Commissione Mitrokhin, Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, depositarono la «Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980», studio fondamentale di quella che nel linguaggio giornalistico verrà poi denominata la «pista palestinese» o «tedesco-palestinese». La tesi è contenuta anche nel saggio «I segreti di Bologna» in cui l’ex giudice Rosario Priore e l’avvocato Valerio Cutonilli ipotizzano che la strage sia stata un attentato organizzato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ed eseguito materialmente dal gruppo «Separat» del terrorista Ilich Ramírez Sànchez, detto «Carlos lo Sciacallo», come ritorsione per la violazione degli accordi mai ufficializzati tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e Governo italiano, il cosiddetto «Lodo Moro», tesi proposta anche dal giornalista Silvio Leoni.

E c’è tutto un filone di inchiesta che percorre questo sentiero, tanto discusso quanto non esecrabile. Il saggio di Cutonilli e Priore confermerebbe l’ipotesi già emersa dai lavori della Commissione Mitrokhin circa i collegamenti tra la rete «Separat» e il terrorismo interno brigatista. Una tesi confermata anche dai documenti del libro «La strage del 2 agosto» del condirettore del Resto del Carlino, Beppe Boni.

E d’altronde sono stati acquisiti i documenti trasmessi dai servizi di sicurezza degli Stati del Patto di Varsavia, ora conservati presso gli archivi della Commissione Mitrokhin e delle altre principali Commissioni d’inchiesta parlamentari, i quali confermerebbero la pista del terrorismo internazionale palestinese, già emersa, appunto, nell’ambito dei lavori delle medesime Commissioni.

Ed è altresì vero che tra gli aspetti mai chiariti della strage del 2 agosto figura anche quello della presenza a Bologna dei terroristi delle Cellule Rivoluzionarie Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich, appurata nel corso della prima inchiesta sulla strage e ribadita da un articolo pubblicato su Il Giornale del 6 settembre 2012, a firma di Gianmarco Chiocci.

La prova del Dna sui resti attribuiti a Maria Fresu, una delle vittime, disposta nel recente dibattimento del processo a carico di Gilberto Cavallini, ha dimostrato che quei poveri resti non erano della Fresu, ma appartengono a persona giovane e di sesso femminile, che si trovava vicinissima alla fonte dell’esplosione, persona mai reclamata da alcun familiare e tutt’ora sconosciuta.

Nell’agosto 1980 l’autorità giudiziaria di Bologna – ad indagine appena avviata – chiese agli organi di polizia giudiziaria di effettuare accertamenti sui cittadini italiani e stranieri registrati negli alberghi del capoluogo emiliano nei giorni antecedenti il 2 agosto 1980; nel medesimo mese di agosto 1980 la polizia segnalò la presenza, nella notte fra il 1o e il 2 agosto, all’Albergo Centrale di Bologna, di Thomas Kram, estremista tedesco appartenente alle Cellule Rivoluzionarie e legato a Carlos.

Partono le verifiche: il 20 febbraio 1981 il Capo della polizia comunicò per iscritto al questore di Bologna e al direttore del Centro Nazionale Criminalpol-direzione Interpol che i «servizi collegati» avevano accertato che «gli estremi di cui Iaramillo, Juanita e Quintana Maria erano in possesso sono stati alterati dagli stessi possessori o da altre persone».

Le incongruenze non fanno un indizio – né questo si trasforma in prova – ma rimane che il 3 agosto 1981 la Digos di Bologna trasmette al giudice istruttore Aldo Gentile una informativa dell’Ucigos che riferiva gli esiti degli accertamenti svolti sulla sedicente Iaramillo condotti tramite l’Interpol, da cui risultava che gli estremi del passaporto utilizzato dalla suddetta corrispondevano in realtà a un uomo chiamato Francisco Ignacio Jordan.

E qui arriva la cronaca dei giorni nostri: lo scorso 25 luglio su «Reggio Report» è stata pubblicata la notizia che Aldo Gentile, primo giudice istruttore titolare delle indagini sulla strage di Bologna, in un verbale di sommarie informazioni reso nel novembre 2012, dichiarò di conoscere Abu Anzeh Saleh, il cittadino giordano di origini palestinesi responsabile dell’organizzazione clandestina del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in Italia.

Un elemento non di poco conto. Ma che non trova seguito nella documentazione giudiziale dalla quale non è dato conoscere se furono condotte attività investigative finalizzate a verificare la legittimità della condotta di Gentile. Ne deriva, a detta degli interpellanti di Fratelli d’Italia, la poca considerazione dedicata sinora dal pool giudiziario bolognese alla evidente presenza di piste alternative. Un dato che rende auspicabile il trasferimento a Roma da Bologna della sede processuale sulla strage.

Il partito di Giorgia Meloni non crede alla tesi della colpevolezza provata dalle sentenze passate in giudicato che nel 1995 condannò Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato», mentre nel 2007 si aggiunse anche la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti e, nel 2020, quella di Gilberto Cavallini.

“Siamo garantisti con tutti. E personalmente credo che il dogma dell’infallibilità della magistratura sia definitivamente caduto, come dimostrano i fatti relativi al processo Berlusconi e la vicenda Palamara.

Credo che le sentenze vadano commentate e in casi estremi messe in discussione”, ci dice Federico Mollicone. Che circostanzia i punti della sua interpellanza: “Chiedo al ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, se sia a conoscenza dell’attività svolta dalla procura della Repubblica di Bologna e dall’ufficio istruzione negli anni 1980-86 sulla persona di Thomas Kram e sulle ragioni della sua presenza a Bologna.

E se sia a conoscenza dell’attività svolta dalla magistratura di Bologna negli anni 1980-86 sulle persone dei sedicenti Juanita Jaramillo, Maria Quintana e Ramon Gacitu, tutti alloggiati all’Hotel Milano Excelsior di Bologna e forniti di passaporti falsi cileni, simili a quelli utilizzati da terroristi filopalestinesi in attentati commessi negli anni Settanta”.

Ma per i firmatari, che oltre a Mollicone sono Frassinetti, Lollobrigida e Bignami, si tratta di andare oltre. “Chiediamo se non si ritenga necessario adottare iniziative per una riforma complessiva dell’istituto del segreto di Stato”, e per analizzare sotto una luce nuova, dice Mollicone, “tutta una sequenza di passaggi oscuri della storia repubblicana, in cui si finse di non capire e di non sapere che l’Italia si trovava a giocare un ruolo centrale nello scacchiere geopolitico e negli equilibri tra Est e Ovest, tra Europa e Medio Oriente, tra il blocco sovietico e il Patto Atlantico”.

La brusca interruzione del lodo-Moro che aveva inizialmente concesso un porto franco ai terroristi palestinesi sul territorio italiano sarebbe, stando agli interroganti, all’origine di una serie di ritorsioni violente.

Era la tesi sostenuta sul nascere dal Psdi e dal Pri, con l’autorevole voce di Giovanni Spadolini. Sarebbe in quel contesto che la strage di Bologna – ancora tutta da disvelare – avrebbe lasciato a terra 85 vittime ed oltre 200 feriti. É nel rispetto dei loro nomi, uno per uno, che bisogna andare a fondo. La parola passa a via Arenula, dopo la pausa estiva.
Beirut come Bologna, Mollicone: “Si indaghi sulla Pista B”
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