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Amministrative il giorno dopo: chi raccoglierà i cocci del centrodestra

Dal Colle alle scelta dei sindaci, a forza di autogol la triplice Salvini-Meloni-Tajani non incassa, anzi passa la mano ai dem

GIORGIA MELONI MATTEO SALVINI E SILVIO BERLUSCONI

Verona come cartina di tornasole di una coalizione che, ormai da tempo, ha smesso di essere tale. Il centrodestra che ha governato negli anni berlusconiani non c’è più e non era necessario attendere l’esito delle amministrative per certificarlo. Non solo sono cambiati i protagonisti, ieri il Cavaliere, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Pierferdinando Casini; oggi Giorgia Meloni, Matteo Salvini e vari leader minori del centro (liberale e cattolico). Ciò che manca è l’amalgama, l’unità di intenti e, molto più semplicemente, la voglia di stare assieme.

Dieci anni fa se non si trovava l’accordo su un candidato, c’era sì chi decideva per tutti ma al netto di una capacità di scremare che, più o meno, garantiva il risultato finale. Oggi la faida, i veti, i controveti e i dispetti infantili hanno trovano massima summa in quel di Verona. Era chiaro a tutti che una coalizione con due candidati in rottura fra loro non avrebbe fatto molta strada rispetto a Tommasi, ma è stato scelto di percorrerla ugualmente con il magro bottino.

Inutile invocare un’ennesima resa dei conti o un bilancio dei ballottaggi tutto da costruire, visto che serviranno parecchi artifizi comunicativi da oggi in poi: la realtà è che a sinistra Enrico Letta si è fatto progressivamente e lentamente regista di una coalizione che, per quanto mantenga intatte tutte le sue criticità (in primis la zavorra M5s, in secundis la mancata risposta progressista ai grandi temi della globalizzazione), assicura stabilità e potabilità di candidati e strategie (anche grazie a Carlo Calenda).

A destra invece non solo manca un regista che alla fine della fiera decida, ma si registra una ancora più palese balcanizzazione di intenti e scelte: l’esatta anticamera per il default. A forza di autogol, come accaduto per l’elezione del Presidente della Repubblica, non solo il partito del non voto è destinato ad ampliare ulteriormente i propri consensi, ma le performances dei singoli partiti peggioreranno.

Lo dice la storia recente: è accaduto alla parabola di Matteo Renzi, dal governo col 40% al 4% di IV; a quella del M5s, dal record del 2018 alla magra figura degli ultimi giorni; allo stesso Matteo Salvini, che portò la Lega dal 4% al 35%, governando, in seguito dal Papetee in poi dimezzare i consensi.

E domani a chi toccherà?

@L_Argomento

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