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Altro che stile Melenchon, Conte si prepara all’irrilevanza politica

GIUSEPPE CONTE PRESIDENTE M5S

I risultati di lista della tornata amministrativa certificano per il M5S la débacle. Quasi ovunque sotto il 5%, il picchio minimo è L’Aquila dove non raggiunge nemmeno l’1% delle preferenze. Per il resto tutti risultati tra il 2 ed il 4 per cento, che certificano la scomparsa del consenso per il M5S, così come lo avevamo conosciuto.

Flop a 5S

Il movimento non ha presentato la lista in città importanti come Parma e Verona e in Sicilia, storico granaio di voti per il movimento, i 5 Stelle hanno presentato la lista in coalizione con il Pd solo in 3 Comuni su 120. Per qualcuno, quindi, una disfatta annunciata.

Al Centro Sud, a Palermo il M5s è al 6,5% (era al 13% nel 2017), a Messina al 4,3%, a Taranto al 4,2%, a Barletta dove il Movimento correva da solo, non è andato oltre il 2,6%. Al 2,8% a Catanzaro , all’1,5% a Viterbo, all’1,3% a Frosinone e sotto l’1% a L’Aquila. A Rieti dove era presente la lista ConTe ha raccolto solo l’1.49% delle preferenze (il M5S era al 5,27%) e a Guidonia (terzo Comune del Lazio dove il Sindaco uscente era un pentastellato) il crollo verticale dal 20.63% al 4.61%.

Le cose non sono andate meglio al Nord: a Genova (la città di Beppe Grillo) il M5s è al 4,4% mentre cinque anni fa, nella precedente tornata amministrativa, aveva raccolto il 18,4%. Il movimento è quasi scomparso a La Spezia (2%) dove cinque anni fa era all’8,7%. Male ad Alessandria con il 3,5% (contro il 12,2% del 2017) e ad Asti con il 3,4% (a fronte del 14,6% nella precedente tornata amministrativa). Anche a Piacenza, dove il Movimento ha corso con la sinistra radicale, in competizione con il Pd, il risultato è stato molto deludente: 2,1% rispetto al 9% di cinque anni fa. Il M5s è sotto il 2% a Pistoia (1,8%), a Lodi (1,5%), a Padova (1,3%) e a Gorizia (1,2%).

La reazioni di Conte

In sintesi, Giuseppe Conte le ha tentate un po’ tutte, ma il risultato non è cambiato. “I dati non ci soddisfano” ha detto e però sembra rassicurare sulla tenuta dell’alleanza con i Dem: “Un’azione congiunta non può essere compromessa da questa tornata elettorale”. Il problema, a questo punto, è con quale M5S si potrà fare il campo largo insieme a Letta.

Il movimento, di certo, non ha mai ottenuto grandi risultati alle amministrative, ma questo è il peggior risultato di sempre. Il consenso raccolto nelle grandi città, in media, è del 2,1%. E secondo Conte (in un’intervista a La Stampa) una parte della sconfitta è dovuta alla scelta di restare in maggioranza: “Avendo appena girato l’Italia, posso dire di aver riscontrato che molti vivono con sofferenza il nostro appoggio al governo Draghi”. Ma scaccia l’ipotesi di problemi per la tenuta della maggioranza.

Conte ammette che il problema è interno prima che esterno, ma imputa ai dissidi post voto Quirinale (soprattutto con l’ala governista e con Di Maio) e agli intoppi giudiziari la colpa di aver “frenato la fase due del nostro progetto”. Non accenna ad mea culpa, anzi rinfaccia agli attivisti di averlo bloccato sui territorio, attraverso le loro denunce: la struttura del movimento a livello locale è pressoché inesistente  per questo motivo (sono stati nominati solo ieri i referenti) e la sentenza del tribunale di Napoli, che ha rigettato il ricorso contro la leadership di Conte, ha evitato di rimettere il movimento tra le mani di Beppe Grillo.

La lenta agonia

L’analisi dei flussi elettorali prodotti dallo Studio Piepoli evidenziano come si siano ripartiti i voti grillini nelle due principali città in cui il movimento non ha corso: Palermo e Parma. Ci raccontano che gli elettori 5S non ha una posizione definitiva: a Palermo hanno votato il 36% per Lagalla, il 38% per Miceli e il 15% per Ferrandelli; a Genova il 44% per Bucci e il 49% per Dello Strologo. Chiaro è che la compattezza del centrosinistra non esiste davvero, ma soprattutto che il movimento non si riconosce chiaramente nei candidati del campo largo di Letta. Un indicatore importante per Conte, dal momento che dovrà mettere mano alla fase 2, anche della proposta politica del nuovo movimento.

Risulta evidente, però, che un partito che non si presenta alle elezioni e quando lo fa raccoglie percentuali effimere è ormai in una fase di crisi irreversibile, almeno nella struttura e nell’ideologia attuale. Stava a Conte strutturare un partito che ora dice che non ha forza sui territori: una struttura non solo fatta di persone, ma di idee e di prospettive. Senza dubbio, ad elezioni chiuse dopo i ballottaggi, sarà impossibile che i governisti del movimento e Luigi Di Maio non parlino e non chiariscano che forse quello che più emerge è che sia Conte il leader sbagliato per il movimento.

La tentazione di fare il Mélenchon

Inevitabilmente, lo sconforto sta crescendo anche tra i contiani, tra timori di perdere la fiducia, e forse anche la poltrona, visto il diminuire del numero dei parlamentari. La sentenza arrivata da Napoli a favore di Conte, potrebbe scoraggiare l’inizio di una scissione immediata nel movimento, ma l’avvocato potrebbe comunque decidere di plasmare una sua nuova forza politica, con quali prospettive, però, non è ancora dato sapere.

Per qualcuno l’ultima tentazione è quella di virare verso posizioni di estrema sinistra, affascinato dalle performance di France Insoumise, il partito di Mélenchon, alla ricerca di voti nascosti tra i populisti e di uno spazio elettorale (insieme a Leu e Art.1?) che lo sta sempre più marginalizzando. I dati per ora non sorridono e non indicano che sia una via di successo.

@L_Argomento

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